Voci da Lotus

Progetto narrazioni

martedì, 22 agosto 2006
DEAD MAN WRITING

Lunedì 22 Ottobre, mattina. Ho deciso di tenere un diario. Voglio vivere fino in fondo questo periodo. Ma devo spendere almeno qualche parola sul motivo. Devo, se non altro per mettermi a posto la coscienza (perché scrivere, cara Lucy, libera). Sai, cara, dopo il processo ho chiesto (e ottenuto: ah, l’America) di essere messo in isolamento. Sono contento così: sono sempre stato un uomo solitario, un pensatore. Almeno, qui, avrò il tempo (e lo spazio necessario) per pensare, appunto. Pensare alla vita, amore. Pensare a te e ai bambini, a come dovete sentirvi soli. Non dovete, mi sto accorgendo (o mi sono accorto, credo che non cambi) che non sono degno di essere aspettato. Ma sta arrivando la colazione, cara, ti scriverò appena posso.

Stesso giorno, sera. Ho appena avuto una interessantissima discussione con il secondino. Indovina, cara. Abbiamo parlato di Shakespeare. Appena ha saputo della mia laurea, ha subito parlato di letteratura inglese. È vero, scusami cara, abbiamo anche parlato di Donne e Chaucer, e non solo del Bardo. È stata proprio una serata stimolante. Buona notte, cara.

Martedì 23 Ottobre, tardo pomeriggio. Ora d’aria. Sembra che il motto, qui in carcere, sia: “Al secondino non far sapere quant’è buona la torta con le mele”; non si parla d’altro se non d’evasioni. Non hanno ancora capito nulla, della vita. Non si può evadere dalla propria coscienza (anche se qualcuno sembra riuscirci molto bene). (Poche righe, ma spero che ti bastino, amore).

Mercoledì 24 Ottobre, sera. Durante la giornata di oggi, niente degno di essere annotato (o, meglio, letto). Mi è venuto a trovare il simpatico secondino di cui ti ho parlato (in realtà mi ha portato la cena). Su mia richiesta, si è fermato a parlare. Ho scoperto che ha appena 36 anni (ma capelli sorprendentemente già brizzolati), una moglie di 34 e una bambina piccola. Deve sentirsi terribilmente in colpa. Ogni giorno bagna una spugna, ogni giorno uccide. E poi ci chiamano società civile.

Giovedì 25 Ottobre, tardo pomeriggio. Sempre ora d’aria. Il secondino, stamattina, mi ha stretto la mano, e mi ha detto di chiamarlo William. “Ah, come Shakespeare”, gli ho detto io. Lui mi ha sorriso. È la prima volta che vedo qualcuno sorridere, in questo posto tetro. Ah, l’aria mi fa proprio bene. Scusami cara, vado a godermi il vento.

Venerdì 26 Ottobre, dopo mezzogiorno. Almeno è una delle ultime volte in cui mangio quella sbobba schifosa. Proprio non mi piace il cibo, qui in carcere, ma credo che non piaccia a nessuno, semplicemente perché non hanno dimenticato il sapore della libertà.

Stesso giorno, sera. Durante l’ora d’aria, oggi, mi ha raggiunto William. “Sa, avrei voluto essere suo allievo.”, mi ha detto. Mi ha fatto molto piacere.

Sabato 27 Ottobre, ultimo giorno, sera. È molto bello constatare che il sistema carcerario funziona. In appena una settimana mi sono veramente pentito di ciò che ho fatto. So che questo non ti consola, cara, anzi, forse piangerai. Ma non devi essere triste. Come diceva De Andrè, amore, “Cadrà altra neve a consolare i campi, cadrà altra neve sui camposanti”: il che vuol dire, credo, che le cose brutte accadono e accadranno sempre, quindi non dartene pensiero. Guarda e passa (Ah, caro vecchio Dante). Ho dato disposizioni perché tu riceva questo diario martedì, in un pacchetto rosso. Voglio che sia William a portartelo. Lo leggerà anche lui, amore, spero non ti dispiaccia. Mentre ti scrivo, le note di Brel entrano trionfalmente nel mio cervello. Dopo sarà il turno del mio cantautore italiano preferito (sto parlando del Fabbro). William mi ha detto che è un’ingiustizia, che sono loro a meritare di sedersi lì, molto più di quanto lo meriti io. Loro non hanno ucciso, però. Un attimo, cara, non sto dicendo che morire così sia giusto. Dico che non posso giudicare. A proposito, stasera ho mangiato un gustosissimo branzino ai ferri. Buona notte, cara. Ti amo.

Postato da: Nimor a 14:15 | link | commenti (1) |


Commenti
#1    29 Agosto 2006 - 09:25
 
E' commovente.
Ci mostri un'immagine diversa di carcerato, con una diversa concezione di giustizia e libertà. Lo dice lui stesso: "non si parla d’altro se non d’evasioni. Non hanno ancora capito nulla, della vita. Non si può evadere dalla propria coscienza (anche se qualcuno sembra riuscirci molto bene)". Sembra un uomo giusto, eppure ha ucciso. Ed è bello contrapposto alla figura di William, sposato e con una figlia piccola, che sembra anche lui un uomo giusto, eppure ha ucciso,e continua a uccidere. Eppure non morirà per questo.
Hai saputo bilanciare bene le due figure, fino a far sentire la tua critica.
Di questo racconto, oltre che i personaggi, mi piace tutta la serie di azioni con le quali il professore condisce i suoi scritti. Cose apparentemente normali che stonano incredibilmente con la situazione: è il suo ultimo giorno di vita, e dopo interminabili giorni di "sbobba schifosa", gli presentano sul piatto "un gustosissimo branzino ai ferri". Come se gli dovessero qualcosa, come se... fosse un saluto. Un regalo. Una specie di espiazione della colpa di chi lo ucciderà. Un ultimo assaggio della vita, ecco.


Continua a scrivere.
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