Progetto narrazioni
C’ERA UNA VOLTA UN PALCOSCENICO...
Buongiorno, signori e signore del pubblico pagante. Oggi, su questo palco, su questo piccolo mondo, perchè in fondo quando il sipario si alza, si alza tutte le volte su quello che si potrebbe definire un universo parallelo, non finto, signori, no, ma verosimile; su questo palco, dicevo, signori, ci sarà solo verità, oggi, tanto per cambiare un po’. Lasciate riposare per un giorno i sei personaggi; non chiedete a Romeo, oggi, di amare la sua Giulietta, o a Shylock di esigere la sua libbra di carne. Oggi ci sarò solo io ad intrattenervi. Mi sembra già di sentirvi mormorare, signori, parole a mio discapito. E avreste anche ragione. Voi avete pagato per vedere uno spettacolo teatrale e invece arriva uno sconosciuto che non si presenta neanche e si mette a farvi la predica, a parlarvi di verità, come se nelle vostre vite non ce ne fosse già abbastanza. Ma io non mi sono presentato non per cattiva educazione, signori. Non l’ho fatto perchè... perchè è abbastanza difficile definirmi. Ecco, sì, credo che sia la definizione esatta. Io sono un attore: una di quelle persone che fa della propria vita finzione. No, non è vero, scusatemi. Ne facciamo verosimiglianza. Passiamo la vita, la nostra intera esistenza, a dare voce a... a essenze, a sensazioni, a... caratteri. Non che mi stia lamentando del mio lavoro, signori, no. Non conoscete il brivido di piacere che si prova nei panni degli altri. Io, signori, ho amato tanto. Ho amato a più non posso. Romeo, Shylock, Prospero, Calibano, Otello. Ho amato tutti i miei ruoli, anche se non posso dire con certezza se ero io a vestire i panni di Amleto, o se era Amleto ad indossarmi prima di andare in scena. Comunque sia, il palco è stato sempre un rifugio, per me. Perchè solo recitando mi sentivo vivo. Solo fingendo ero vero. Sì, perchè quando reciti, signori, il mondo non esiste più. Ci sei solo tu e le tue battute. È come se ci fosse una voragine intorno a te. Se poi sbagli, ed è una cosa bellissima sbagliare una battuta, gli altri attori in scena continuano il discorso con tanta naturalezza, che nessuno si accorge del tuo errore. Scusate la banalità, ma ciò è meraviglioso. Nessuno si accorge del tuo errore. Certo, Giulietta non si può svegliare prima che Romeo beva il veleno, però.
Qualche attore è sempre teso, prima di uno spettacolo. Ed è giusto esserlo: per quante prove si possano fare, la prima di uno spettacolo è sempre qualcosa di diverso da quello che ci si è esercitati a recitare. Ma io non ho tempo per avere paura, francamente. Anzi, credo fermamente che la paura cessi non appena si è in scena: d’ora in avanti basta, niente più dubbi né incertezze, c’è un pubblico da soddisfare. Anche se il pubblico ignora tutto il lavoro che c’è dietro l’allestimento di un’opera teatrale. Per il pubblico lo spettacolo sono quelle due ore. E basta.
Il pubblico. Esso è un’entità strana, o, almeno, estranea al nostro mondo. Esso è quell’entità che un attore non comprenderà mai in fondo, appieno. Perchè sta lì, seduto in una comoda poltrona? Cosa gli viene dato, perchè non faccia nulla? Cosa ci guadagna? Una pausa di due ore dalla vita? O qualcosa di più, di più profondo? Quale forza gli fa brillare gli occhi nell’esatto momento in cui Iago estrae il fazzoletto? Forse ci guadagna un frammento di conoscenza universale. O forse cresce, non lo so. D’altronde non devo neanche capirlo. Il compito primario di un attore è capire se stesso. E questa è già un’impresa abbastanza ardua.
Ma ora mi viene in mente un’altra definizione. Noi attori siamo aedi, bardi, burattini senza fili. Diamo vita a storie, dopotutto, signori. Raccontiamo. E nel narrare c’è qualcosa di magico, meraviglioso, quasi sublime. Nelle nostre mani è racchiuso un potere tremendo. Potremmo anche uccidere, se volessimo. Il racconto è un’arma potentissima. E il palcoscenico amplifica la sua gittata, in modo esponenziale. Il potere delle parole, in fondo, è quasi illimitato. La mimica fa il resto. Un bravo attore influenza il mondo. E questo è quello che fanno tutti.
In realtà, ci sono due tipologie di attore: il bravo ragazzo e il fellone. Io appartengo al secondo raggruppamento. Ma andiamo avanti. Il bravo ragazzo è l’attore che ama i ruoli positivi, da bravo ragazzo appunto. Questa tipologia è quella che ha dato vita ai grandi Prospero del passato, ai grandi Otello, Antonio. Intendiamoci, non sono ruoli del tutto positivi; questo per almeno due buone ragioni: primo, non esistono personaggi interamente buoni, proprio perchè non esistono persone interamente buone o interamente cattive; secondo, e questo è conseguenza diretta del primo punto, non sarebbe una sfida, per un attore, il dare vita a un personaggio che è l’incarnazione stessa di una di queste due verità assolute, del male o del bene; verità che solo l’uomo conosce, non perchè abbia una maggiore conoscenza, ma perchè tali verità sono in realtà mere costruzioni umane. Siamo noi che definiamo ciò che è giusto e ciò che è sbagliato: i gatti se ne fregano. È proprio tale capacità di definizione, che alcuni chiamano libero arbitrio, che permette all’attore di dare una più o meno convincente interpretazione di un personaggio. Questo è un punto che dovrà essere chiarito, ma, per il momento, mettiamolo da parte, accantoniamolo, dimentichiamolo: lo richiameremo alla memoria al momento opportuno.
Dicevo che ci sono due tipologie di attore. La prima è già stata presa in esame. È sulla seconda, quella del fellone, che ci soffermeremo adesso, forse un po’ di più. E diremo che essa è la categoria degli attori che si divertono (io parlo sempre di divertimento, signori); che si divertono a interpretare gli antagonisti. E dirò che c’è qualcosa di magico nell’interpretare Iago, nel dare forma alla sua doppiezza, alla sua... gelosia, sì, è questo il termine che stavo cercando. Gelosia che usa per distruggere la vita degli altri, rendendoli gelosi come lui. Una volta Iago non era così. Una volta, prima delle vicende narrate nella tragedia, era un uomo buono, uno con cui era piacevole conversare, un uomo di spirito. La grandezza di personaggi come Iago risiede nel fatto che sono stati distrutti da un sentimento più grande di loro; un sentimento che non riescono a controllare, come scrisse Andy Serkis su Iago, in inglese, da qualche parte. O Shylock. Tale personaggio è ebreo; fa parte di una minoranza e, pertanto, è maltrattato dai veneziani; Antonio, il buono della situazione, gli sputa sulla toga, perchè non ammette l’esistenza degli strozzini, quando, in realtà, è Venezia stessa a tollerarne l’esistenza. Ma Shylock, quando Antonio va da lui a chiedergli tremila ducati per conto di Bassanio (ma non c’è bisogno che io vi racconti la storia), non esige alcun tipo di pagamento pecuniario: solo se la somma non sarà restituita nei tempi pattuiti (tre mesi dalla firma del contratto), Shylock potrà esigere una libbra della carne di Antonio; an equal pound of your fair flesh, to be cut off and taken in what part of your body pleaseth me. Alcuni vedono sadismo, in questa affermazione. Io no. No, perchè Shylock non può sapere che Antonio andrà in rovina, come non può sapere che lui stesso perderà tutto. A quel punto sì, vorrà vendicarsi, esigendo una libbra del cuore di Antonio. Ma solo a quel punto.
Ma torniamo al nostro montone, come dicono i francesi (però non ditelo a casa; in francese viene meglio). Torniamo cioè a parlare del libero arbitrio (sintagma che piace tanto). Che cos’è il bene? Non possiamo neanche dire: ‘Ah, facile. Il bene è il contrario del male!’. A questo punto, la domanda legittima sarebbe: ‘E che cos’è il male, di grazia?’. E ci troveremmo al punto di partenza. Il fatto è che tali concetti sono legati tra di loro da legami talmente solidi che è difficile distinguerli con chiarezza. Si può dire, però, che sono relativi. A seconda della mia personalità, io posso considerare una certa azione giusta o sbagliata. Non sto dicendo che Iago consideri giusto rovinare la reputazione di Cassio o la psiche del suo generale. Dico solo che gli farebbe male il non farlo.
Bene, signori. Ho finito. Appena uscirò dalle quinte, ridiventerò un uomo normale: un uomo, per intenderci, che ogni mattina esce per comprare il pane e il giornale e per andare a lavoro. Un uomo con una famiglia: una bellissima moglie e due bellissime figlie. Ma, fino ad allora, resterò quello che ha iniziato questo discorso. Resterò un simbolo. Ricordate le mie parole: continuate, esigete sempre qualcosa di più. Siamo tutti attori sul palcoscenico del mondo. E autori. Siamo noi che costruiamo la nostra esistenza; senza di noi, protagonisti assoluti della bella commedia che è la vita, non si può andare avanti, il racconto cessa. Ricordate le mie parole: continuate a raccontare. Non smettete mai. Ne va della vostra vita. Continuate a raccontare. Buona notte, signori!

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