Progetto narrazioni
DOLCENERA
(Liberamente ispirata alla canzone di De André)
Anselmo girò la chiave nella toppa ed entrò in casa. Il suo cappotto, fradicio, mandava un insopportabile odore di umido. ‘Ah, cara!’, disse lui, mentre prendeva una gruccia dall’armadio e appendeva ad asciugare il cappotto bagnato. ‘Fuori piove che Dio la manda!’. Andò in cucina, prese dalla credenza la bottiglia di brandy semivuota e se ne versò un bicchiere. Poi raggiunse la moglie in salotto, il bicchiere in mano. Rivolse lo sguardo al grande tavolo in mogano al centro della sala. Un rumore di vetri infranti indicò alle sue orecchie che aveva lasciato la presa. Non sentì i rimproveri della moglie. Non sentiva più nulla. ‘Come sono maleducata!’, disse la moglie di Anselmo con voce neutra, dopo aver pulito il disastro provocato dal marito. ‘Non ho neanche fatto le presentazioni! Beh, Anselmo, questa signorina’, disse poi, mostrando col braccio la ragazza, ‘è Luisa Luna.’. Oh, sapeva benissimo chi era la “signorina” in questione. Quel nome, però, era per lui privo di qualsiasi significato. Lei non gliel’aveva mai rivelato. Perché era lì, a casa sua? La loro relazione clandestina, la loro personale liaison dangereuse, era finita ormai da tempo. ‘Ma d’altronde…’ disse la signora, triste. ‘D’altronde, non ce n’è bisogno, vero?’. ‘Cara, sono… frastornato, da tutto questo!’. ‘Hai sentito, Luisa?’. ‘Frastornato, eh?’, disse poi, rivolta al marito. ‘Tu non sai la parte migliore.’, sussurrò. Le parole successive strapparono l’aria circostante. ‘Ha un figlio, capisci?' La signora piegò la testa e sussurrò con un filo di voce: ‘Andrà a scuola il prossimo anno.’
In un attimo si ritrovò in strada, col suo cappotto ancora umido e due bagagli a mano, pieni della sua roba. Dolcenera, la chiamava, in virtù dei suoi capelli di seta. L’aveva conosciuta durante un viaggio di lavoro. Da allora, circa sei o sette anni prima, Anselmo e la sua dea dell’amore si erano visti molte volte. Ma all’epoca era giovane e stupido. E Dolcenera! Come lo faceva bene. Le loro serate, a ben pensarci, erano semplici: cenetta, film e letto. E poi, improvvisamente, dopo circa due anni di relazione, lui sparì, non si fece più sentire, se ne andò. Non ne aveva più voglia. Quel giorno, uscito dal lavoro, era andato a casa, si era tolto il cappotto e aveva baciato sua moglie per la prima volta. Un bacio appassionato. Fuori pioveva.
La porta del suo ex-appartamento si aprì. Ne uscì la donna responsabile di tutto, in un cappotto bianco. In testa portava un cappello rosso carminio. ‘Perché, Dolcenera?’, si sorprese a domandare. Lei si girò, lentamente. ‘Perché?’, disse, incredula. ‘Indovina!’. ‘Ma… Luisa…’, tentò di giustificarsi lui. ‘No, non insudiciare il mio nome!’, disse lei con astio. Si girò per andarsene. Fatto qualche passo, si volse verso di lui. ‘Tu mi hai lasciato incinta. Non meriti la felicità.’. Lui la guardò allontanarsi. Tirò fuori la bottiglia di brandy e la finì in un colpo. Sentì distintamente il liquido bruciargli in gola. Rimase seduto sul bordo del marciapiede, tutta la notte. A pensare. La luce della luna illuminava la distorta figura dell’uomo chiamato Anselmo Neri.
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