Voci da Lotus

Progetto narrazioni

martedì, 29 agosto 2006

LA POESIA

Lo scultore si fermò, soddisfatto. Era riuscito a creare una statua a cui mancava solo la parola.  Bella, alta, nuda, essa era la raffigurazione, il simbolo, della sua poesia. ‘Tu sei poesia pura, mia cara!’, disse, ammirando il suo lavoro. Tutto era perfetto: i capelli, sciolti, cadevano ordinatamente sulle spalle; ma anche i bellissimi occhi, la bocca vellutata, il seno prosperoso, le braccia rilassate accanto al busto, tutto era particolarmente bello e poetico. L’uomo girò intorno alla sua creazione. ‘Venere callipigia’, pensò. Soddisfatto della schiena stupenda lo scultore si preparò la cena, frugale, da buon bohèmien, e si preparò per la notte. Si lavò i denti, pensando che nulla avrebbe potuto rovinargli quella splendida serata. Aprì la finestra: la luna, piena, brillava alta e bianca nel cielo limpido e blu. Le stelle, miriadi di lucciole celesti, sembravano voler in qualche modo sottolineare lo splendore della Regina della notte. Le figlie della Pallidovolto. Chi l’aveva chiamata così? Non se lo ricordava. Respirando a pieni polmoni l’aria pura della notte, rientrò in casa. Decise di  collocare la statua davanti alla finestra aperta, non sapeva perché, forse voleva far respirare il proprio capolavoro. Alla fine, felice, andò a letto. Un sottile raggio di luce lunare, gentile e morbido, accarezzava dolcemente la superficie marmorea della più bella donna del mondo.

Dormì bene, per la prima volta da mesi, da quando aveva avuto quel lampo di genio. Era quasi capitato per caso. Un giorno un suo amico (‘Ah, caro, carissimo amico mio!’) gli aveva chiesto cosa ne pensasse della poesia. I suoi occhi si erano subito illuminati e, istantaneamente, aveva messo mano a un blocco di marmo grezzo, che si trovava lì a prender polvere ormai da un anno.  Il blocco sembrava fatto apposta per lei, la poesia più alta e nobile. Fu così che disse all’amico: ‘Vedrai, vedrai! Ma ora lasciami solo!’.

Si svegliò di soprassalto. Era ancora notte: la luna, capitano d’alto bordo, navigava silenziosa e serena in quel mare che noi, antonomasticamente, denominiamo la Galassia. All’improvviso fu preso da un fortissimo desiderio di andare ad accarezzare le perfette natiche della Poesia (pensava di chiamarla così). Obbedendo a quell’impulso, si alzò dal letto, si infilò le pantofole, andò in soggiorno, accese la luce e… Impossibile, la statua era sparita. Non c’era più. O, meglio, rimaneva solamente il piedistallo cilindrico su cui andava ancora inciso il titolo dell’opera. Sembrava quasi che… Ma no, stava solo sognando a occhi aperti. Rise di se stesso. Per un attimo aveva pensato che la statua potesse essersi animata e che, scendendo dal piedistallo, fosse andata fuori ad ammirare la notte stellata. Gli sembrava pure di vederla, là, appoggiata sulla…

Ed effettivamente c’era qualcuno appoggiato alla balaustra. La Pallidovolto illuminava una ragazza, completamente nuda nell’aria notturna: occhi socchiusi, capelli biondi, pelle rosea e fresca, il bellissimo corpo teso nel tentativo di raccogliere più luce possibile. La cosa inquietante era che sembrava proprio la sua statua. Incredulo, andò a sincerarsene. Allungò una mano a tastare il seno sinistro, per ricevere in risposta un sonoro schiaffo sulla guancia destra.  ‘Non mi sono mai piaciuti i tuoi commenti sulla mia persona, e trovo i tuoi modi alquanto morbosi! Ah, perché mi hai fatto nuda?’, disse la donna-statua. ‘Scusami, vado a prenderti subito dei vestiti.’. ‘Vestiti? Cosa sono?’. Per un attimo restò interdetto. Però, a ben pensarci, non c’era nessun motivo per cui dovesse sapere cosa fossero. Dopotutto, era nata ventenne. ‘Sono delle cose con cui ci si copre. Sai, per non avere freddo.’. Un tremolio improvviso percorse il corpo della sua magica interlocutrice, che si sfregò istintivamente le spalle. ‘Il freddo è questa sensazione, vero?’. Si accorse che lei aveva la pelle d’oca. ‘Vieni dentro. Ti preparo qualcosa di caldo.’. Lei lo guardò incuriosita. Molto imbarazzato, disse: ‘Il caldo è l’opposto del freddo.’. La fece sedere sul divano, mentre andava a prenderle i vestiti. Glieli portò. Quando lei gli disse che doveva aiutarla perché non sapeva metterseli, diventò più rosso del sole al tramonto. Sospirando, la aiutò. Alla fine fece qualche passo indietro e la squadrò. Era bellissima, anche in pantaloni e maglietta. Sembrava brillare, sotto i vestiti.

Improvvisamente, vi fu un fischio acutissimo. La Poesia, non riusciva a smettere di chiamarla così,  portò istintivamente le mani a coprirsi le orecchie. ‘Cos’è questo suono?’, gridò, spaventata. ‘Non ti preoccupare.’, la rassicurò lui. ‘È soltanto il the che è pronto. ‘The?’, disse lei ridendo, alquanto stupita da quella nuova buffa parola. ‘Il the è una bevanda, e pertanto si beve.’, spiegò lui. ‘Attenta, è molto caldo!’. ‘E questo è male?’, domandò lei, incerta. ‘Il caldo e il freddo in se stessi non sono dannosi. Sono gli eccessi di queste due realtà che fanno male.’, spiegò l’interrogato. Lei, allora, con tutte le attenzioni prese la tazza che lui le porgeva, piena di quel liquido scuro di cui avevano appena parlato, se la portò alle labbra e ne bevve un sorso. Un sorriso di piacere illuminò il bellissimo viso. Era caldo, sì, ma ciò, lungi dal disturbarla, le dava una sensazione di protezione. ‘Buono!’, disse alla fine, soddisfatta.

 

Passarono i giorni; la luna compiva la sua orbita intorno alla Terra, salutando ogni notte il mondo ammantato di blu. Gli occhi della Poesia erano sempre molto tristi di giorno, mentre di notte sembravano ridere; lui non capiva il perché. Per far sì che non si annoiasse, di giorno, mentre lui andava per gallerie d’arte tentando, in realtà con ben scarsi risultati, di vendere le proprie opere, le aveva fatto visitare la biblioteca paterna, un’enorme stanza, la più grande della casa, piena di opere sulla pedagogia infantile e altra roba simile, cose che a lui non interessavano minimamente. Ma, forse, lei le avrebbe trovate stimolanti. Fu così che lei iniziò a leggere. E quello che leggeva di giorno, di notte lo raccontava a lui, gli occhi lucidi di gioia. Lui, dal canto suo, che da bambino aveva odiato quei libri dove non c’era neanche una figura, a sentirli raccontare da lei, si estasiava. E fu così che, poco per volta, piano piano, pagina per pagina, a sentire ogni notte l’inflessione melodiosa di quella voce, a vedere tutte le sere questa bellissima ragazza che si ravviava i capelli dorati e profumati di pesca, se ne innamorò. Follemente, oserei dire. Ma, purtroppo, lei non sapeva nulla dell’amore, e lui non sapeva come dirglielo, come farle capire che il più bel sentimento del mondo, l’amore rosso, era la cosa più straordinaria che un essere umano potesse provare.

Un giorno lei gli disse: ‘Voglio vedere il mare!’. Lui le rispose semplicemente: ‘Vestiti, dobbiamo partire subito!’, prendendo da un cappotto nero le chiavi dell’auto. Quando furono nell’abitacolo, lui le cinse il corpo con la cintura di sicurezza, si mise al volante, si allacciò la sua e partirono. ‘Quando arriveremo?’, cercò di informarsi lei, impaziente come i bambini. ‘La luna sarà alta, allora.’, disse lui, facendola sorridere. Aveva capito ormai da tempo che la sua compagna era una creatura notturna e, pertanto, sapeva di averle fatto piacere, dicendo quello che aveva detto. ‘Ma cosa farò tutto il giorno?’. ‘Puoi dormire.’, fu la risposta. Lei si reclinò il sedile, come lui le aveva insegnato, constatò che effettivamente era vero che si stava più comodi e si addormentò, poco a poco, cullata dal semplice entusiasmo per il proseguimento di un viaggio alla scoperta di acqua curiosamente salata.

Arrivarono a notte fonda, come lui aveva predetto, scesero sulla spiaggia e si accasciarono a terra, l’uno accanto all’altra, ad ammirare la luna piena. ‘ Com’ è bella la mia Signora!’, disse lei. Lui non rispose subito. Guardando la luna, nella quale poteva vedere il riflesso degli stupendi occhi blu, disse, quasi in un soffio: ‘Mi sono innamorato di te!’. Gli sembrò di vedere un’ombra di dolore attraversarle il viso, ma forse erano solo le nuvole nere che avevano repentinamente coperto la Pallidovolto che gli davano questa impressione. ‘Cosa c’è?’, domandò. ‘L’amore è bene.’. ‘Sì, è vero!’, concesse lei. ‘Ma a volte fa veramente male. Sono addolorata. Io non ti amo!’. Quelle semplici parole! Quale forza poetica possedevano! Raccogliendo a piene mani i frammenti del suo cuore strappato, disse, sforzandosi di sorridere: ‘Beh, forse è meglio così. Non sarei stato degno di cotanta amante.’. Lei gli sorrise in risposta. Poi iniziò a togliersi i vestiti. ‘Cosa fai?’, domandò lui, più a se stesso che alla donna. Lei non rispose. Quando fu interamente nuda, lo baciò teneramente su un angolo della bocca. Lui, sempre più stupito, sbirciò il satellite, e vide che le nuvole si erano diradate, e che la Regina della Notte illuminava un punto in mare aperto. La donna si alzò in piedi, avanzò di qualche passo verso il mare e iniziò, straordinariamente, a camminare sull’acqua. Arrivata a pochi passi dal punto illuminato si girò, per un ultimo saluto, poi, avanzando nel cono di luce, sparì, scivolando in acqua.

 

Arrivò il gran giorno. Il suo amico era finalmente tornato dalla villeggiatura e, per prima cosa, era andato a vedere la statua, ormai finita. Fu accolto da un uomo tristemente malinconico, molto diverso dal suo gioviale amico d’infanzia. Con un sorriso amaro, fu condotto in soggiorno, dove troneggiava un semplice piedistallo di forma cilindrica. ‘E questo cos’è?’, domandò. In risposta, lo scultore prese scalpello e martello e incise sul marmo, in lettere cubitali, le parole ‘TI HO PERSA. DOVE SEI?’. Poi licenziò l’amico, coprì con un telo il piedistallo e uscì a schiarirsi le idee. La pioggia, che gli bagnava il cappotto grigio, scendeva amara su un mondo dello stesso colore. Poesia, dove sei?

Postato da: Nimor a 18:00 | link | commenti |

martedì, 22 agosto 2006
DEAD MAN WRITING

Lunedì 22 Ottobre, mattina. Ho deciso di tenere un diario. Voglio vivere fino in fondo questo periodo. Ma devo spendere almeno qualche parola sul motivo. Devo, se non altro per mettermi a posto la coscienza (perché scrivere, cara Lucy, libera). Sai, cara, dopo il processo ho chiesto (e ottenuto: ah, l’America) di essere messo in isolamento. Sono contento così: sono sempre stato un uomo solitario, un pensatore. Almeno, qui, avrò il tempo (e lo spazio necessario) per pensare, appunto. Pensare alla vita, amore. Pensare a te e ai bambini, a come dovete sentirvi soli. Non dovete, mi sto accorgendo (o mi sono accorto, credo che non cambi) che non sono degno di essere aspettato. Ma sta arrivando la colazione, cara, ti scriverò appena posso.

Stesso giorno, sera. Ho appena avuto una interessantissima discussione con il secondino. Indovina, cara. Abbiamo parlato di Shakespeare. Appena ha saputo della mia laurea, ha subito parlato di letteratura inglese. È vero, scusami cara, abbiamo anche parlato di Donne e Chaucer, e non solo del Bardo. È stata proprio una serata stimolante. Buona notte, cara.

Martedì 23 Ottobre, tardo pomeriggio. Ora d’aria. Sembra che il motto, qui in carcere, sia: “Al secondino non far sapere quant’è buona la torta con le mele”; non si parla d’altro se non d’evasioni. Non hanno ancora capito nulla, della vita. Non si può evadere dalla propria coscienza (anche se qualcuno sembra riuscirci molto bene). (Poche righe, ma spero che ti bastino, amore).

Mercoledì 24 Ottobre, sera. Durante la giornata di oggi, niente degno di essere annotato (o, meglio, letto). Mi è venuto a trovare il simpatico secondino di cui ti ho parlato (in realtà mi ha portato la cena). Su mia richiesta, si è fermato a parlare. Ho scoperto che ha appena 36 anni (ma capelli sorprendentemente già brizzolati), una moglie di 34 e una bambina piccola. Deve sentirsi terribilmente in colpa. Ogni giorno bagna una spugna, ogni giorno uccide. E poi ci chiamano società civile.

Giovedì 25 Ottobre, tardo pomeriggio. Sempre ora d’aria. Il secondino, stamattina, mi ha stretto la mano, e mi ha detto di chiamarlo William. “Ah, come Shakespeare”, gli ho detto io. Lui mi ha sorriso. È la prima volta che vedo qualcuno sorridere, in questo posto tetro. Ah, l’aria mi fa proprio bene. Scusami cara, vado a godermi il vento.

Venerdì 26 Ottobre, dopo mezzogiorno. Almeno è una delle ultime volte in cui mangio quella sbobba schifosa. Proprio non mi piace il cibo, qui in carcere, ma credo che non piaccia a nessuno, semplicemente perché non hanno dimenticato il sapore della libertà.

Stesso giorno, sera. Durante l’ora d’aria, oggi, mi ha raggiunto William. “Sa, avrei voluto essere suo allievo.”, mi ha detto. Mi ha fatto molto piacere.

Sabato 27 Ottobre, ultimo giorno, sera. È molto bello constatare che il sistema carcerario funziona. In appena una settimana mi sono veramente pentito di ciò che ho fatto. So che questo non ti consola, cara, anzi, forse piangerai. Ma non devi essere triste. Come diceva De Andrè, amore, “Cadrà altra neve a consolare i campi, cadrà altra neve sui camposanti”: il che vuol dire, credo, che le cose brutte accadono e accadranno sempre, quindi non dartene pensiero. Guarda e passa (Ah, caro vecchio Dante). Ho dato disposizioni perché tu riceva questo diario martedì, in un pacchetto rosso. Voglio che sia William a portartelo. Lo leggerà anche lui, amore, spero non ti dispiaccia. Mentre ti scrivo, le note di Brel entrano trionfalmente nel mio cervello. Dopo sarà il turno del mio cantautore italiano preferito (sto parlando del Fabbro). William mi ha detto che è un’ingiustizia, che sono loro a meritare di sedersi lì, molto più di quanto lo meriti io. Loro non hanno ucciso, però. Un attimo, cara, non sto dicendo che morire così sia giusto. Dico che non posso giudicare. A proposito, stasera ho mangiato un gustosissimo branzino ai ferri. Buona notte, cara. Ti amo.

Postato da: Nimor a 14:15 | link | commenti (1) |

 

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