Progetto narrazioni
INVERNO
Liberamente ispirato alla canzone di Fabrizio de André
Francesca si asciugò gli occhi, rossi di pianto. D’un tratto, aveva ripensato a tutte le cose che, in quegli anni, aveva fatto con suo nonno. Così, quasi per caso. Per associazione libera. Alla barba bianca, quasi candida, di Giuseppe Torni, padre di Elena, sua madre. A quanto si divertiva a guardarlo montare il suo cavallo bianco, come quello di Napoleone (‘Di che colore era il cavallo di Napoleone, piccola mia?’). Il quale cavallo era, in realtà, una scopa di saggina opportunamente dipinta. E ora, l’uomo più importante della sua vita giaceva là, esanime, in quella cassa di pino. La banda convocata per l’occasione (sue precise volontà) cominciò a suonare. Le note di Oh when the saints go marching in si diffusero nell’aria. ‘Non voglio vedere persone tristi, al mio funerale. Anzi, voglio una banda che suoni la mia canzone preferita. Ah, come sono belli i funerali dei neri!’. Il problema, in questi casi, è rispettare le ultime volontà del morto. Sì, perché tutti piangevano, a quel funerale. La vedova, i figli, i nipoti, i parenti acquisiti… Tutti! Era morto un uomo buono!
Questi erano i pensieri che sfioravano la mente di Francesca, mentre il corteo funebre avanzava lentamente verso la chiesa. Sua nonna indossava un abito rigorosamente bianco. ‘E poi, per favore, niente nero!’. Così si era espresso Giuseppe, e così Marianna aveva fatto. A ben pensarci, il nonno di Francesca aveva sempre provato ad alleviare i cuori delle persone. ‘Il mio funerale? Oh, bambina mia, distratto come sono, mi scorderò di certo di morire!’. E, presa una penna e un foglio di carta: ‘Ecco qua. Memento… mori. Bene, lo infilo nel portafoglio!’. Ma come far andare via la tristezza? Come sciogliere i teschi di cera con cui ogni persona lì presente sembrava essersi mascherata? Come far tacere i rintocchi di quella campana a morto, rintocchi provenienti da quel campanile che pareva essere sospeso tra cielo e terra? Beh, suo nonno avrebbe avuto la risposta. Accarezzandole la testa, avrebbe citato i versi di una canzone di de André. ‘Cadrà altra neve a consolare i campi, piccola mia. Cadrà altra neve sui camposanti.’
Sombras
2.
Spaventato, corsi subito alla locanda. O meglio: mi infilai nella prima porta illuminata a portata di mano, e il caso (e la fortuna) volle che questa fosse proprio quella della locanda. Un luogo ordinato e luccicante: non un solo velo di polvere sui tavoli in legno di quercia, non una sola tovaglia spiegazzata o macchiata di vino e caffè. L’oste, una donna corpulenta con i capelli strettamente annodati in uno chignon claustrofobico, stava a braccia conserte e sonnecchiava, seduta dietro il bancone. La sua testa ciondolava un po’ avanti un po’ indietro, forse alla ricerca di un ipotetico cuscino per dormire meglio. Nell’aria, solo il suo russare. Poggiai il cappello sul bancone, cercando di non far rumore ma sperando allo stesso tempo di svegliare l’oste addormentata.Non servì: sulla scala che si intravedeva dietro il bancone apparve un uomo. “Gilda”, chiamò. Si sporse un po’ dalla ringhiera e osservò prima me e poi l’oste, con aria confusa.
“Dannazione, Gilda. Ti avevo detto di sostituirmi un momento e tu che fai?ti addormenti! Se fosse arrivato un malintenzionato ti avrei proprio voluto vedere!”
La donna aprì gli occhi e, non appena mi vide, piagnucolò:
- No,vi prego. Io non ho fatto niente.
Io la guardai confuso, e l’omone intervenne:
“Su, Gilda, svegliati. Non siamo in guerra e lui non è un soldato nemico venuto a incarcerarti. Non ci faccia caso,sa, mia moglie è fatta così” rise poi rivolgendosi a me, “è da quando ci siamo sposati che sogna la guerra, è una sua fobia. Ha sempre il terrore che qualcuno prima o poi verrà a prenderla”. Gilda (che nel frattempo aveva preso coscienza di essere sveglia), per tutta risposta, mi sorrise.
“Deve avere freddo, lei, è tutto bagnato. Le preparo del brodo caldo”. E scomparve dietro una porta in fondo alla stanza. Rimasi solo con l’uomo. I suoi baffoni grigi rendevano il suo sorriso più bonario di quanto fosse, e nel complesso la sua faccia era proprio simpatica. Tutto, dalla rotondità dal viso allo spessore delle sue sopracciglia, era allegria.
“Allora, signor…”
“Alejandro De Santiago.”
“De Santiago. E’ qui per lavoro? Ha una faccia da commerciante, lei.”
“In realtà sono in viaggio di piacere, se così si può chiamare. Cercavo un posto tranquillo, ma mi sembra che nemmeno Sombras lo sia, a giudicare da quelle strane cose là fuori…”
“Quali cose?” chiese stupito.
“Beh, quelle…ombre. Ombre,no?”
Mi guardò ancora per un po’ con gli occhi spalancati, poi pian piano si avvicinò alla porta che dava sulla strada, e lentamente sporse la testa fuori. Quando la fece rientrare mi chiese
“Ombre? Di che tipo? Dei lampioni? Dove vive lei i lampioni non proiettano ombra?”
Era chiaro che le ombre non c’erano più. Mi alzai, mi avvicinai alla porta e diedi un’occhiata fuori, come aveva fatto lui prima di me. Proprio davanti alla porta, dall’altro lato della strada, un’ombra dalle sembianze canine pareva odorarne un’altra molto simile, che muoveva la coda.
“ Vuole dire che lei non vede quelle là?” chiesi indicandole.
L’uomo socchiuse gli occhi nella direzione che gli avevo indicato, come per sforzarsi di vedere un oggetto molto lontano.
“ Io vedo solo la vostra voglia di fare una bella dormita in un bel letto caldo” mi disse, dandomi una bella pacca sulla schiena. Rientrò nella locanda, e io mi voltai un’ultima volta a osservare i due cani innamorati. Stavano continuando ad amoreggiare, quando ad un tratto si dissolsero nell’aria, come il fumo profumato di un incenso.
Andai a letto, come il buon uomo mi aveva consigliato, e decisi che la notte successiva avrei osservato attentamente le strade, per accertarmi che le mie visioni fossero solo colpa della stanchezza per il lungo viaggio.
C'erano solo loro due. Loro, e le loro orme sul selciato umido di pioggia.Leggeri, senza meta. Le mura della città, scure e sbiadite, li osservavano silenziose dai lati della strade. La Bambina delle lacrime guardava ora la terra, ora i lampioni sfuocati in fondo alla via. Respirava il fresco profumo di pioggia e terriccio, di fiori appena sbocciati e lumache che escono silenziose dai loro nascondigli, lente e pigre. La Bambina delle lacrime ora aveva gli occhi ridenti. Il suo trucco era scivolato giù,attorno agli occhi, e li rendeva più grandi e innocenti. Il Bambino col mantello le camminava accanto, diceva sciocchezze e rideva, ma sempre distoglieva lo sguardo dal suo, come per paura.I loro passi erano corti e tranquilli, le orme sempre vicine. Le loro mani si sfioravano ogni tanto: quando ciò succedeva la Bambina sorrideva, e tornava a osservare le luci offuscate in fondo alla via, canticchiando sottovoce.
La città si addormentava, pian piano. Le case chiudevano i loro occhi luminosi, al mattino aperti verso il mondo, verso il sole e il canto degli uccelli. Voli neri di pipistrelli,e dei passi. Due bambini ridenti che se n'infischiano della notte, due mani morbidamente intrecciate che si fanno beffe dei fantasmi notturni. Una Bambina dagli occhi ridenti, avvolta in un mantello nero.
Dentro Albe Meccaniche
Fragile anima di ghiaccio
Il sentiero dei nidi di ragno
More Than Meets The Eye
Nostalgia N. 13
Stranamente me stessa
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