Progetto narrazioni
scritto da Nemorat:
...“Ebbene, giovanotto testardo, allora riempi questi secchi e seguimi”.
E mentre il ragazzo scattava, lacrime di paura agli occhi, sorriso sul viso, tremante, il vecchio mormorò nella sua lingua natia: “Fino a quest’alba mai avrei pensato…”
continuo io...
Il ragazzo, con i secchi ben saldi nelle mani, seguì senza esitare il maestro. Pensava a cosa avrebbe udito. Cosa gli avrebbe rivelato il vacchio? Ma, soprattutto, lui sarebbe stato in grado di comprendere? La paura più grande era proprio quella: il non capire, come ancora non capiva il significato del sogno.
Dopo qualche minuto di cammino, i due arrivarono ad una vecchia casetta isolata, tre stanze appena, dove il maestro viveva da solo ormai da anni.
"Entra" disse al giovane "e posa i secchi in quell'angolo"
Il ragazzo obbedì e poi restò in attesa. Il vecchio lo sentiva fremere, sentiva che il cuore del giovane impazziva dall'impazienza e, proprio per questo, temporeggiò a lungo prima di iniziare a parlare.
Quando finalmente il maestro pronunciò le prime parole di un discorso che si profilava interessante, il ragazzo distese i muscoli del viso e si sedette in terra, dove gli era stato indicato.
"Lotus...Lotus la Bella...credi che sia semplice interpretare i sogni, ragazzo?"
"No, maestro. No." rispose lui senza pensare.
"Tu non mi ascolti..."
"Io? Io l'ascolto, invece. Perchè dice questo?"
"Non ha importanza. Piuttosto cerca di capire bene quello che sto per dirti e non interrompermi."
"Certo" disse subito il giovane.
"I sogni sono come una parte del nostro destino che si rivela a noi...ma Loro parlano un linguaggio che non è consono alla nostra natura di uomini. Così, fatichiamo a capirli, tanto che, il più delle volte, li ignoriamo e, altre volte, facciamo in modo che diventino un chiodo fisso...una domanda senza risposta. Non serve accanirsi. E questa è la prima cosa che devi ricordare. La seconda cosa, invece, è che i sogni sono tuoi. Di nessun altro. Quindi, te lo ripeto, non pretendere da me che io possa spiegarteli del tutto. I sogni sono una prefigurazione di quello che saremo. Tutto quello che la mente produce mentre dormiamo è il risultato di un'elaborazione più alta, che sta altrove da noi, ma che non è altro da noi. E' il principio primo della vita, ragazzo. Il senso della vita; e se fosse semplice comprenderlo, il vivere diventerebbe anche'esso tanto più semplice, quanto, paradossalmente, privo di senso.
Il sogno che hai fatto...io non posso dire quello che significa, perchè è in te che troverai questa risposta. Io posso dirti come cercarlam, ma devi fidarti di me. Sei disposto ad intraprendere questo cammino insieme?"
Il ragazzo, perplesso per alcune della cose che aveva sentito, lo guardò per alcuni lunghissimi secondi, immobile, cercando di elaborare le sensazioni che stava provando e decidersi a fare una scelta. Istintivamente avrebbe voluto accettare e basta, ma la ragione lo tratteneva dal fare scelte avventate. Un cammino...dava l'idea di qualcosa di troppo importante e difficile. Alla fine si riscosse e con un filo di voce, quasi avendo paura delle sue stesse parole: "Si, sono disposto a camminare con lei, maestro..."
Il vecchio sorrise appena e condusse il ragazzo al tempio di Demetra l'Alma, dove il giovane avrebbe iniziato il suo cammino verso la verità, se mai fosse riuscito ad arrivarci vivo.
“Il tuo è un sogno importante. Tu hai visto Lotus, Lotus la Grande, Lotus la Bella, e hai visto altro ancora che non è ancora tempo che tu sappia”. Detto questo il vecchio andò a prendere acqua. Si chiedeva quali sciagure mai avrebbe dovuto affrontare la sua città negli anni a venire.
Il torrente saltellava tra i sassi aguzzi e sussurrava la sua cantilena, che però non giungeva alle orecchie del vecchio, assorbito in profonde riflessioni. E non gli giunse neanche lo scalpiccio un po’ maldestro del ragazzo che, dopo poco, lo aveva seguito.
“Che cosa avete detto, maestro? Perché non posso sapere che significato ha il mio sogno?”.
Il vecchio, si riscosse e ridacchiò leggermente alle parole del giovane, con gli occhi persi in qualche ricordo lontano. Poi riprese con una voce che era leggermente diversa da quella che aveva usato prima, come se ripetesse qualcosa di già detto:
“eh eh eh, tu già sai quel che ti serve, ragazzo mio, e il tuo sogno non te lo toglie nessuno, e quando sarà giunto il momento saprai e capirai anche quanto ancora non ti è chiaro.”
“Maestro, ma io sono curioso adesso, ditemelo voi”.
“Non posso”, il tono secco del vecchio nascondeva quella punta di piacere che essere chiamato ‘maestro’ gli procurava. Tuttavia l’inflessione lasciava intendere che avrebbe aggiunto altro, perciò il ragazzo attese in un silenzio forse un po’ troppo lungo per i suoi gusti, rotto solo dal mormorio dell’acqua poco distante dai secchi ancora vuoti.
“Non posso, perché solo tu conosci davvero il tuo sogno. I sogni sono messaggi, ma sono adeguati a chi li riceve, per cui io non potrò mai capire tutto del tuo sogno, e se ti suggerissi qualcosa, inevitabilmente tu ne saresti influenzato e faresti ancora più fatica, o probabilmente ti sarebbe impossibile scorgere il vero messaggio, che era diretto a te e a te solo”.
“Maestro, io non capisco… voi siete saggio, perché non potete spiegarmi il mio sogno?”
“Perché il sogno è tuo e solo tu lo puoi spiegare davvero. E ora lasciami in pace”
Il ragazzo rimase pensieroso, e così il vecchio, che tuttavia si era voltato intento a riprendere il proprio lavoro. Un pensiero improvviso, quasi un fulmine lo attraversò, ma niente trasparì all’esterno, perché il vecchio era troppo impegnato a scavare in se stesso e nella sua memoria, e troppo preso da alcune considerazioni superficiali (mai avrei pensato che il destino ancora mi riservasse sorprese del genere alla mia età, mai avrei pensato di poter interpretare un sogno come quello). Solo il lento movimento con il quale si stava accingendo a riempire i secchi si fermò.
Il tempo passò, e al ragazzo parve lungo, il vecchio non se ne accorse. Poi con tono tra il timido e il testardo il ragazzo ruppe la pausa:
“No, maestro, non posso.” Colpito dalle proprie parole il ragazzo aggiunse a voce più bassa, vergognosa, ma udibile: “non posso ancora”.
“non posso perché quando mi avete parlato ho provato di nuovo una sensazione che avevo provato sognando, e che tuttavia conoscevo già prima, ma l’avevo dimenticata. C’è qualcosa che devo ancora sapere”. Il ragazzo arrossì violentemente perché non aveva mai osato parlare così sfrontatamente a un vecchio, nè ad alcun altro adulto, e perché quelle parole gli erano uscite un attimo prima che lui potesse pensare davvero a quel che significavano, e gli sembravano in qualche modo sfuggenti come le parti dei sogni che al risveglio non riesci a ricordare, ma ti lasciano solo una vaga sensazione. E anche perché sentiva una strana forza nell’aria attorno, che era fresca e piacevole come quella di un giorno qualunque, e dentro di sé e nel sogno, e nel vecchio, anche se in lui era un po’ diversa. Il vecchio se ne accorse, e i suoi occhi lampeggiarono, la bocca rimase un po’ aperta, ma nell’esalare quasi violentemente il respiro gli uscì anche la frase “Va’ via, ragazzino, lascia a un povero vecchio quel poco di pace che ancora gli resta. Lasciami in pace”.
Il giovane si voltò e fece per correre via, impaurito e a disagio, ma non poté fare il secondo passo.
“Maestro, io voglio sapere!”.
Il vecchio capì in quel momento che quella era stata una prova per entrambi, e che ancora qualcosa doveva fare prima di potersi abbandonare per l’ultima volta. Senza cambiar cipiglio, ma con la voce un po’ addolcita tuonò:
“Ebbene, giovanotto testardo, allora riempi questi secchi e seguimi”.
E mentre il ragazzo scattava, lacrime di paura agli occhi, sorriso sul viso, tremante, il vecchio mormorò nella sua lingua natia: “Fino a quest’alba mai avrei pensato…”
- scritto da Nemorat:
“Ho visto la Chimera in sogno”
“No, non credo. Le chimere si lasciano sognare solo poco prima di prendersi la vita del sognatore, di solito. Raccontami ciò che hai visto”
“Ho sognato un gran campo di grano maturo, giallo più dell’oro, luccicante come il sole, vasto fin quasi all’orizzonte stendersi su valli e colline, e ogni spiga sussurrava con una voce propria e si muoveva in modo leggermente diverso dalle altre, spinta dal dolce vento. Poi il vento si avvolgeva in una raffica improvvisa e il campo di grano diventava un leone ancora più grande, e questo ruggiva e mostrava le zanne e gli artigli, ma poi il vento soffiava di nuovo e la sua coda si trasformava in un grande albero secolare, che il vento faceva stormire, e l’albero si trovava nel mezzo del campo di grano di prima.”
“Il tuo è un sogno importante. Tu hai visto Lotus, Lotus la Grande, Lotus la Bella, e hai visto altro ancora che non è ancora tempo che tu sappia”.
Detto questo il vecchio andò a prendere acqua. Si chiedeva quali sciagure mai avrebbe dovuto affrontare la sua città negli anni a venire.
(e continuo io...)
"Perchè non è tempo?" domandò il giovane con impazienza.
"Non domandare, ma rifletti su te stesso. I sogni ti appartengono. I tuoi sogni non sono diversi da te. Loro sono te stesso."
Il giovane lo guardò con un'espressione incerta. Capiva che avrebbe potuto fare domande per tutto il resto della giornata, ma che il saggio non avrebbe più risposto. Fece per andarsene, ma tornò sui suoi passi.
"Solo una cosa...la prego..." disse il giovane quasi supplicante, con un tono lieve e dimesso.
"Cosa?"
"Devo avere paura di Lotus la Bella? Io non so chi sia..."
"Questo dipende solo da te...e dalla storia. Non ci sono risposte per tutte le domande e non tutti i desideri si realizzano. Non è fuori di te che devi cercare quel che vuoi. Gli uomini posseggono tutte le ragioni, ma non le ascoltano."
E detto questo il saggio si allontanò con i secchi pieni d'acqua, mentre si sentiva ancora addosso gli occhi confusi del giovane. Il saggio sapeva che non si sarebbero più rivisti e tirò dritto, costringendosi a non voltarsi indietro.
"Dammi una sola ragione per restare!" disse Emanuele fissando i suoi occhi nei miei. E io restai immobile, sforzandomi di non distogliere lo sguardo. Esitati, forse troppo a lungo, e poi dissi: "Io! Io sono la ragione! Non si capisce?!"
"No! Non si capisce, se non lo dici!" mi urlò addosso.
Urlava. Era uscito sul balcone e aveva iniziato a gridare al cielo: "Io ti amooooooo! Capito? Io ti amooooo!" e io lo guardavo con gli occhi sbarrati.
"E' così difficile da dire?" mi chiese tornando verso di me.
Non lo so se era difficile. Non ci avevo mai pensato. Credevo che i silenzi complici, le non parole, i gesti, i sorrisi, parlassero per me, per l'amore che provavo. E invece no. Emanuele aveva bisogno di sentirselo dire...e non me l'aveva mai chiesto, aspettando che lo capissi. Lui, sempre, mi ripeteva 'ti amo'. Lo sussurrava di continuo, lo scriveva sui miei quaderni, sui vetri appannati della macchina, sui post-it gialli che attaccava sulla porta di camera mia...e lo amo, lo amo da impazzire.
"Scusa...non ho capito niente, non ti ho capito...scusa..." gli dissi, mentre lo guardavo a fatica.
"Ti amo, Ale...ma non resto. Vado via."
"Ti amo anch'io e non voglio che vai..."
"Scusami tu, adesso..."
E si allontanò senza voltarsi. Lo avevo perso perchè non lo avevo ascoltato...eppure di cose me ne aveva dette tante.
“Ho visto la Chimera in sogno”
“No, non credo. Le chimere si lasciano sognare solo poco prima di prendersi la vita del sognatore, di solito. Raccontami ciò che hai visto”
“Ho sognato un gran campo di grano maturo, giallo più dell’oro, luccicante come il sole, vasto fin quasi all’orizzonte stendersi su valli e colline, e ogni spiga sussurrava con una voce propria e si muoveva in modo leggermente diverso dalle altre, spinta dal dolce vento. Poi il vento si avvolgeva in una raffica improvvisa e il campo di grano diventava un leone ancora più grande, e questo ruggiva e mostrava le zanne e gli artigli, ma poi il vento soffiava di nuovo e la sua coda si trasformava in un grande albero secolare, che il vento faceva stormire, e l’albero si trovava nel mezzo del campo di grano di prima.”
“Il tuo è un sogno importante. Tu hai visto Lotus, Lotus la Grande, Lotus la Bella, e hai visto altro ancora che non è ancora tempo che tu sappia”.
Detto questo il vecchio andò a prendere acqua. Si chiedeva quali sciagure mai avrebbe dovuto affrontare la sua città negli anni a venire.
Avevo solamente diciassette anni a quel tempo e mi portavo appresso i dubbi e le angosce di un adolescente che tace, che nasconde al mondo la parte migliore di sé per timore di essere rifiutato.
Ricordo l'aria calda di una notte d'estate ed i rumori della città al di fuori delle mura di casa sua, una casa nella quale avevo trascorso gran parte dei miei giorni di bambino, nella quale avevo vissuto le mie emozioni di ragazzo, nella quale ero cresciuto assieme a lui che ora riposava al mio fianco.
Amici da una vita ed era la prima volta che ci trovavamo a dormire nello stesso letto, la prima volta da quando gli avevo rivelato quello che provavo veramente per lui. Ed in quel momento anche pareti famigliari come quelle mi erano diventate estranee con il calare della sera.
Domire era impossibile. Ogni suono mi giungeva amplificato ed assordante, ed il battito cardiaco mi trivellava il cervello con l'insopportabile cadenza di un martelle pneumatico. Per paura di svegliarlo rimasi immobile ancora qualche istante, nonostante il mio corpo fosse diventato ormai un unico, devastante crampo.
Fu nel momento in cui mi volsi sul fianco ed incontrai il suo profilo nell'oscurità che ebbi la netta sensazione di aver mancato un respiro. Senza nemmeno rendermene conto mi ritrovai a guardarlolo incantato, con gli occhi fissi alla curva del suo orecchio e la voglia di sfiorarlo, anche se solo per un secondo. Sfiorarlo nel silenzio ora che mi dava le spalle.
Incerto, lascia scivolare una mano sul copriletto bianco, ritraendola di scatto nell'avvertire i fruscii provocati dal suo muoversi. Forse era stato il mio sguardo addosso a svegliarlo. Forse era stata colpa mia, che avevo fatto troppo rumore.
Feci finta di dormire, fermo e rigido con la naturalezza di un blocco di granito, giusto in tempo per percepire l'accostarsi del suo corpo al mio ed il cuore esplodere in un sussulto.
Non ci scambiammo una sola parola, in seguito, furono i gesti a parlare per noi. Gesti lenti ed esitanti con i quali ci sfiorammo sotto le lenzuola.
La sua fronte contro la mia, le sue dita ad accarezzarmi il viso e le guance per gli attimi interminabili di un'attesa che era tortura. E poi la sua bocca a baciarmi, improvvisa come un lampo, calda e delicata nei primi secondi di un incontro che divenne danza, una danza fatta di respiri che si confondono, di un sapore sconosciuto, della sua tensione percepita a fior di labbra.
Chiusi gli occhi e tutto il resto fu buio. Un buio fatto di colori nuovi e di fruscii nel silenzio. Un buio solo nostro in attesa dell'alba.
“Una volta entrati nel profondo di quella strana foresta, dove la luce filtra poco o per nulla, dove le foglie sono nere e gli animali rari, la testa inizia a girare, le immagini a confondersi, ed è allora che la foresta ti ispira le visioni. Qualcosa di maligno vi si annida, qualcosa di sinistro, ed è dal cuore di quel mondo vegetale che procedono tali apparizioni, visioni che portano alla pazzia, il più delle volte, e alla morte. Ma ci sono stati in passato alcuni uomini prescelti dal destino per sopravvivere a questa prova, e coloro sono ricordati oggi come grandi saggi, personaggi di leggenda.”
Il ragazzino rimase a bocca aperta ancora a lungo. Amava questo tipo di storie. Ma questa volta c’era qualcosa di strano.
Dentro Albe Meccaniche
Fragile anima di ghiaccio
Il sentiero dei nidi di ragno
More Than Meets The Eye
Nostalgia N. 13
Stranamente me stessa
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