Voci da Lotus

Progetto narrazioni

mercoledì, 30 novembre 2005
Occhi profondi

III

Lasciò passare pochi secondi di silenzio.

“Che cosa vuoi”, mi apostrofò.

“Che intendi?”, chiesi riferendomi sia all’ultima frase, sia alla sua precedente spiegazione, un po’ criptica.

“Nessuno fa niente per niente”, calibrò la pausa “e non mi sembra che tu abbia ricavato particolare piacere dall’offrirmi da mangiare”.

Colto alla sprovvista abbassai gli occhi, li rialzai a fissare i suoi, che vedendo il mio smarrimento si fecero un po’ più docili, ma attesero, e allora mi sistemai meglio e guardai oltre il muretto.

“Mi sembra ragionevole. Allora dimmi che facevi sullo scoglio”.

“Ricordavo”.

Un buon minuto di pausa sottolineò la sintesi della sua risposta. E anche la mia, il silenzio, perché non sapevo più che cosa volevo chiedergli.

“La verità è che non so che chiederti… non credo di aver fatto quello che ho fatto per qualche ragione particolare. Forse è solo che ho sentito che… non lo so”.

Postato da: nemorat a 20:36 | link | commenti |
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martedì, 29 novembre 2005
Viaggio II

Sulla prua della nave, abbracciati e silenziosi, io ed Emanuele siamo rimasti a lungo. Neppure il freddo sentivo più, riscaldata da quell'onda d'affetto inaspettata. Un affetto che non capivo quel giorno e non capisco neppure oggi. L'abbraccio: un gesto che amo moltissimo perchè dice molte cose...parla d'amore, d'amicizia, di fratellanza, di pace, di muri che si abbattono. E lui mi abbracciava come nessuno aveva mai fatto. Dolce, forte. A momenti sentivo il suo cuore battere e socchiudevo gli occhi per ascoltarlo meglio, per godere di quella estrema sicurezza che mi dava. Il tempo non si ferma, non si azzittisce difronte alla bellezza di un momento. E anche quell'abbraccio è passato, finito, andato oltre.

" ti va di tornare dagli altri? Non vorrei che pensassero che siamo caduti in mare..." mi dice.

Mi guardo intorno: " certo..."

Lui mi dà un bacio caldo sulla guancia e passa entrambe le mani fra i miei capelli, mentre sorride e mi guarda come se non mi avesse vista mai. E restavamo lì. A domandarci la ragione di quel sentimento. E non parlavamo. Forse, dopo cinque anni di Liceo, eravamo più legati di quanto non sospettassimo...e quella nave, il rumore del mare, il senso del viaggio e la romanticheria dell'atmosfera non avevano fatto altro che portare fuori quel legame, concretizzarlo, renderlo contatto, lusinga, voglia, sospiro.

E gli altri hanno aspettato a lungo, mentre noi affogavamo nel mare di noi stessi. Lamina fredda e liscia, odore di sale, vacillare, cadere, aggrapparsi, perdersi, fremere. L'amore non lascia niente al caso. 

Postato da: Ale_87 a 16:33 | link | commenti |
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lunedì, 28 novembre 2005
My Angel of the Night

Amore, stai lontano,
mi ferisce il tuo sorriso di polvere.
Non avvicinarti, te ne prego,
hai l'odore della morte ancora addosso.
Lo avverto, mentre mi guardi con gli occhi del falco,
Mentre con dita di seta mi sfiori.
Dita lunghe, sottili... la pelle gelida.

Amore, imprigioni la luce con le mani,
luce bianca che ghiaccia le vene,
inghiotte le angoscie ed il tuo viso di neve.
Ancora un passo e già ti sento respirare il mio fiato,
quando ti chini e mi avvolgi nel tuo abbraccio
come una pioggia d'argento.
Quando mi baci le labbra,
delicato e sublime.

Quando mi divori i sensi e sei bello.
Dannatamente Bello.
Uno Splendido Assassino.

Postato da: ArsenicoCandy a 14:08 | link | commenti (7) |
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sabato, 26 novembre 2005

‘Come ti chiami?’. Navior alzò la testa. Finalmente era riuscito a fare breccia in quel cuore di ghiaccio. Sorrise. ‘Mia signora’, disse, ‘io sono chiamato in molti modi!’. ‘Però’, continuò, ‘in effetti, il mio epiteto preferito è quello che mi ha affibbiato qualche geniaccio di commissario di polizia!’. ‘Cioè?’, chiese l’altra, spazientita. ‘Night lock’, disse orgogliosamente il ladro.

‘Bene, Night lock, gradirei essere lasciata sola. Per il resto del viaggio.’. Navior sospirò. ‘Scusa, ma proprio non riesco a capirti: perché ti ostini a portarmi rancore?’. Gli occhi della ragazza assunsero un’espressione triste. Guardando un punto imprecisato della grande foresta, disse: ‘Ho ucciso mia madre. Vedi, io sono nata in un villaggio di gente semplice, che non avrebbe mai saputo maneggiare neanche un bastone. Anch’io non sapevo fare molto, sebbene studiassi da guerriera.’. La ragazza si asciugò la lacrima che, al ricordo, aveva solcato il suo viso. ‘Poi, un giorno,’, continuò, ‘sulla riva di un lago, tutto cambiò. Ero scesa da cavallo, per andare a bere un sorso d’acqua. Mi sporsi troppo, e caddi nel lago. Visto che non è agevole stare a galla con l’armatura addosso, bevvi molta più acqua di quanto avrei voluto.’ A questo punto, il ricordo diventò troppo doloroso, e la ragazza scoppiò a piangere. Il ladro si stupì di questo sfogo: d’altronde non gli aveva rivolto la parola per giorni, perché gli aveva rivelato tutte quelle cose. Decise di non dire nulla: non era bravo a consolare. Alzatosi, si diresse verso il cuore della foresta: aveva bisogno di schiarirsi le idee. Dopo tutto, bastava non guardare gli alberi.

Postato da: Nimor a 10:46 | link | commenti (2) |

mercoledì, 23 novembre 2005
Il paese

II

Non avevo niente da offrirgli, perché niente avevo per me, e andammo in un bar. Fu entrando in paese che guardai il suo abbigliamento, forse perché i pochi mattinieri ci guardavano: uno che ti saresti aspettato di vedere solo tre ore più tardi in giro (me), vestito forse troppo leggero per la temperatura, abbastanza giovane, occhiali (e aria da studente) e aspetto non curato ma non troppo lasciato a sé, accompagnato da quello che poteva a prima vista (e non solo) sembrare una specie di barbone. Ma non aveva i capillari rotti di chi si è dato all’alcol, né i lineamenti sfatti di chi sia preda di qualche altra droga. E non puzzava, cosa che mi sorprese, guardando i suoi vestiti, simili per davvero e a quelli di tanti barboni.

Al bar io presi del te e un paio di brioches, e lui con voce chiara e pulita, che sembrava appartenesse a un uomo più giovane, ordinò, dopo di me, le stesse cose. Mangiammo ancora in silenzio, ma notai che qualcosa era cambiato. Mi guardava ogni tanto, studiandomi, e mi accorsi che facevo lo stesso con lui. Uscimmo.

“Vieni”, mi disse, e mi portò in una piazzetta riparata, davanti a una chiesetta. Ma la attraversò in tutta la sua lunghezza e si infilò dietro la chiesa. Quando, un paio di secondi dopo lo raggiunsi, dato che ero rimasto indietro, lo trovai seduto su una panchina che non avevo mai notato prima, a ridosso della chiesa stessa, nel piccolo spazio tra l’edificio e un muretto basso di pietre che lasciava vedere parte dell’oliveto che copriva la collina che scendeva dolce ma decisa subito oltre la piccola barriera.

Prevenendo la domanda, che mi si poteva evidentemente leggere negli occhi, mi fece di nuovo sentire la voce: “Non sapevo di certo che questo posto esistesse. È solo che, dopo un po’, impari a leggerli, a indovinarli, questi luoghi”.

Postato da: nemorat a 11:42 | link | commenti (4) |
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lunedì, 21 novembre 2005
Viaggio

La nave procedeva veloce sul mare limpido e disteso. La Grecia era vicina. Emanuele festeggiava il suo compleanno, sul ponte, con due o tre bottiglie di spumante. Era l'una di notte e l'aria fresca scombinava i capelli di tutti. Io me ne stavo un po' in disparte, quasi non volessi disturbare un momento tanto bello, come se la mia amicizia con Emanuele non valesse poi tanto. In realtà avevo sempre pensato che io e lui non parlavamo mai...ma che avremmo potuto dirci molte cose. Avevo di continuo la sensazione fortissima che la mia vita e la sua fossero incredibilmente vicine, tanto vicine da non vedersi neppure. E lui, appoggiato alla ringhera del ponte, se ne stava a chiaccherare con i suoi amici di sempre, mentre abbracciava il peluche enorme che gli era stato regalato. Non mi sarebbe mai venuto in mente di fargli un regalo del genere, non a lui...non credevo che avrebbe potuto apprezzarlo. E invece...

Lentamente mi ero allontanata sempre più, fino a raggiungere la prua della nave, mentre il mare si increspava un po' e il movimento oscillatorio dello scafo mi faceva perdere l'equilibrio. Andavo alla ricerca di qualcosa, come di risposte, come di stelle cadenti. E quella notte, però, eravamo soltanto io e la nave, con mille lucine di costa che luccicavano intorno.

"Ale?"

Mi volto piano "Ciao..."

"Che fai qui?"

"Veramente non lo so...mi sento persa" dico mentre torno a guardare il mare.

"Che succede?" dice mentre si avvicina.

"Ti voglio bene..." gli dico senza neppure guardarlo, quasi volessi lasciare quelle parole al vento, per fingere di non averle dette.

Emanuele resta fermo, a un passo dietro di me. Quasi in sospeso, perso anche lui. Voglio girarmi per guardare il suo viso. Voglio capire cosa sta provando. Ma anch'io resto immobile, presa da un caldo inaspettato, dalla forza del romanticismo, dal sublime di un momento incompreso. Chiudo gli occhi, per prendere tutto il gusto del mare sulla pelle, fino a quando due braccia morbide mi avvolgono i fianchi, fino a quando il suo corpo aderisce al mio, fino a quando le sue labbra cercano il mio collo, fino a quando Emanuele, senza dire niente, risponde a tutte le domande.

Postato da: Ale_87 a 14:20 | link | commenti (1) |
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giovedì, 17 novembre 2005
Joker of Broken Dreams

E poi solo il buio attorno a me, buio di una notte scura e densa. Forse era stato solo un sogno, forse un'illusione, uno scherzo di questa mente stanca, oppure...
...No.

Quegli occhi, come nuclei fusi di ametista.
Occhi così profondi da ferire, occhi così tristi da uccidere.
Occhi, che mi guardavano sondando l'oscurità, scivolando sottopelle, scivolando giù nel profondo sin dentro all'anima.
Quella voce sottile, limpida...tagliente come il vetro.
Quelle parole crudeli non le avevo immaginate. No di certo.
Troppo viva la rabbia, troppo intrise di odio per essere il parto di un incubo.
Troppo forte il rancore nacosto dietro quel sorriso, una ferita aperta nel pallore delle guance.

“Verrà il giorno in cui
ti racconterò di quella notte
che mi hai strappato il cuore.”

Poi, d'improvviso...
...un frullar d'ali. Un frusciar di selva.
E già quella figurina di evanescente chiarore era scomparsa, lasciandosi alle spalle solo un'eco inquieto.

“Io ti ruberò la felicità.”

Postato da: ArsenicoCandy a 17:29 | link | commenti (3) |
narrazioni

mercoledì, 16 novembre 2005
Lo scoglio

I

 

Lo trovai lì, seduto su uno scoglio a fissare il mare, quasi al termine del lungo braccio di massi  che cercava di afferrare il cuore della baia. Fermo, immobile. Lo fissai per qualche minuto, non si mosse di un millimetro, anche se forse mi aveva sentito arrivare. Mi dava le spalle per tre quarti, non potevo vedere niente della sua faccia se non la barba grigia e lo zigomo sovrastante la guancia scavata. Ma non ero lì per lui e il sole stava per sorgere.

Lo ignorai. Mi tolsi la maglia e rimasi a torso nudo, sciolsi il legame e iniziai il rituale.

Quando ebbi concluso mi sedetti a fissare il mare e il vento, come facevo spesso. Decisi di sedermi vicino a lui. Nel sedermi lo guardai negli occhi e capii che non era semplicemente fermo, stava succedendo qualcosa, dentro di lui, e gli occhi ne trasmettevano un’eco. Non sono mai stato uno di molte parole e, dato che capivo quel che succedeva, non gli chiesi di più. Mi volsi al mare e mi persi in essi, la mente volava, gli occhi vedevano posti, il cuore imparava.

Rimanemmo così per un paio d’ore circa, immagino, poi, indolenzito, mi alzai. Lui si era mosso, ora era più curvo, quasi chino, e guardava basso. Forse aveva pianto.

“Dai, vieni, andiamo a mangiare qualcosa”, gli dissi. Non disse niente e per poco rimase ancora fermo. Quando feci per andarmene, mi seguì, e fu allora che mi guardò per la prima volta negli occhi.

Postato da: nemorat a 23:24 | link | commenti (1) |
narrazioni

domenica, 13 novembre 2005
Cambio template

Facciamo un piccolo sondaggio: chi vota per un template chiaro, chi per uno scuro? Larghezza 100% o lasciamo dei margini ai lati? Che caselle inserire nella colonna? Quante colonne laterali: 1 o 2?

Qualunque suggerimento o commento è benvenuto (e caldamente richiesto), da chiunque

Se avete già delle idee precise, o degli indirizzi di blog la cui grafica vi piace metteteli in un commento, se avete già dei template che volete inserire, mandatemeli ad albenaes@yahoo.it.

Aspetto vostre notizie.

Postato da: nemorat a 17:59 | link | commenti (10) |
altro

sabato, 12 novembre 2005
RIGUARDO LA GELATINA...

La maga dell'11esima strada, all'incrocio con la terza Avenue era andata a trovare David, un martedì del secondo agosto dell'anno...era una cosa insolita, per lei, allontanarsi così tanto dal suo quartiere. David abitava molto lontano rispetto alla sua bancarella da cartomante.

Quando la maga bussò all'interno 37 nessuno venne ad aprire, così lei decide di aspettare.

David arrivò almeno due ore più tardi e riconobbe subito la maga...si era sistemata sul pavimento del corridoio con in grembo una decina di talismani e oggetti, che cercava di lucidare con il bordo della sua camicia. Quando lei lo sentì arrivare si affrettò ad alzarsi in piedi, mentre riponeva la sue cose nella grande borsa di velluto che si portava sempre dietro. David esitò. Restò fermo per qualche istante con una cassa di legno scuro fra le braccia. La maga gli domandò che cosa ci doveva fare con quella roba e lui rispose che non era niente d'importante.

[...]

Qualche minuto dopo David urlava alla maga di andarsene da casa sua e di tornare a fare la cartomante per la gente che aveva il bisogno di crederle. Ma la maga insisteva e insisteva, mentre restava seduta sulla sedia, porgendo a David il medaglione. Lui non credeva alla magia, non credeva alla Chiesa, non credeva in nessun Dio e non credeva neppure alla vita. Ma la maga continuava a ripetere che lui aveva un dono, che lui soltanto avrebbe potuto accogliere il messaggio del danka. David odiava quella parola...danka...l'aveva sentita più volte per le strade...molti senza tetto parlavano di lui, o di lei, o di qualunque altra cosa si trattasse. Anche sull' "Honor piece" qualche giornalista aveva scritto quel nome. E David ogni volta che lo sentiva diventava irrequieto e ansioso...come se qualcosa di gelatinoso gli salisse sù per la gola con il preciso intento di soffocarlo. E anche quel giorno, con la maga, presto non riuscì più a gridare, zittito da una sensazione di disgusto e di nausea, mentre la maga dicava con forza danka! danka! è il danka! lascialo fluire! lascia che ti prenda! E David cercava di farsi forza, bisbigliando rabbioso che il danka non aveva alcun significato per lui, che, qualunque cosa fosse, non l'avrebbe lasciato fluire, anzi, che l'avrebbe ammazzato, qualora avesse trovato il modo.

Poi, finalmente, la maga si alzò e andò via, lasciando David sconvolto e sudato...ansimante e spaventato. Lui si guardò intorno con sospetto, come se qualcuno lo stesse osservando, come se qualcosa se ne stesse silenziosa in un angolo ad aspettare il momento giusto...e a David pareva che quel momento fosse molto vicino, che qualcosa si preparava ad accadere e che, diversamente da quel giorno, lui non avrebbe potuto fermarla.

Postato da: Ale_87 a 17:19 | link | commenti (4) |
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