Progetto narrazioni
C’ERA UNA VOLTA UN PALCOSCENICO...
Buongiorno, signori e signore del pubblico pagante. Oggi, su questo palco, su questo piccolo mondo, perchè in fondo quando il sipario si alza, si alza tutte le volte su quello che si potrebbe definire un universo parallelo, non finto, signori, no, ma verosimile; su questo palco, dicevo, signori, ci sarà solo verità, oggi, tanto per cambiare un po’. Lasciate riposare per un giorno i sei personaggi; non chiedete a Romeo, oggi, di amare la sua Giulietta, o a Shylock di esigere la sua libbra di carne. Oggi ci sarò solo io ad intrattenervi. Mi sembra già di sentirvi mormorare, signori, parole a mio discapito. E avreste anche ragione. Voi avete pagato per vedere uno spettacolo teatrale e invece arriva uno sconosciuto che non si presenta neanche e si mette a farvi la predica, a parlarvi di verità, come se nelle vostre vite non ce ne fosse già abbastanza. Ma io non mi sono presentato non per cattiva educazione, signori. Non l’ho fatto perchè... perchè è abbastanza difficile definirmi. Ecco, sì, credo che sia la definizione esatta. Io sono un attore: una di quelle persone che fa della propria vita finzione. No, non è vero, scusatemi. Ne facciamo verosimiglianza. Passiamo la vita, la nostra intera esistenza, a dare voce a... a essenze, a sensazioni, a... caratteri. Non che mi stia lamentando del mio lavoro, signori, no. Non conoscete il brivido di piacere che si prova nei panni degli altri. Io, signori, ho amato tanto. Ho amato a più non posso. Romeo, Shylock, Prospero, Calibano, Otello. Ho amato tutti i miei ruoli, anche se non posso dire con certezza se ero io a vestire i panni di Amleto, o se era Amleto ad indossarmi prima di andare in scena. Comunque sia, il palco è stato sempre un rifugio, per me. Perchè solo recitando mi sentivo vivo. Solo fingendo ero vero. Sì, perchè quando reciti, signori, il mondo non esiste più. Ci sei solo tu e le tue battute. È come se ci fosse una voragine intorno a te. Se poi sbagli, ed è una cosa bellissima sbagliare una battuta, gli altri attori in scena continuano il discorso con tanta naturalezza, che nessuno si accorge del tuo errore. Scusate la banalità, ma ciò è meraviglioso. Nessuno si accorge del tuo errore. Certo, Giulietta non si può svegliare prima che Romeo beva il veleno, però.
Qualche attore è sempre teso, prima di uno spettacolo. Ed è giusto esserlo: per quante prove si possano fare, la prima di uno spettacolo è sempre qualcosa di diverso da quello che ci si è esercitati a recitare. Ma io non ho tempo per avere paura, francamente. Anzi, credo fermamente che la paura cessi non appena si è in scena: d’ora in avanti basta, niente più dubbi né incertezze, c’è un pubblico da soddisfare. Anche se il pubblico ignora tutto il lavoro che c’è dietro l’allestimento di un’opera teatrale. Per il pubblico lo spettacolo sono quelle due ore. E basta.
Il pubblico. Esso è un’entità strana, o, almeno, estranea al nostro mondo. Esso è quell’entità che un attore non comprenderà mai in fondo, appieno. Perchè sta lì, seduto in una comoda poltrona? Cosa gli viene dato, perchè non faccia nulla? Cosa ci guadagna? Una pausa di due ore dalla vita? O qualcosa di più, di più profondo? Quale forza gli fa brillare gli occhi nell’esatto momento in cui Iago estrae il fazzoletto? Forse ci guadagna un frammento di conoscenza universale. O forse cresce, non lo so. D’altronde non devo neanche capirlo. Il compito primario di un attore è capire se stesso. E questa è già un’impresa abbastanza ardua.
Ma ora mi viene in mente un’altra definizione. Noi attori siamo aedi, bardi, burattini senza fili. Diamo vita a storie, dopotutto, signori. Raccontiamo. E nel narrare c’è qualcosa di magico, meraviglioso, quasi sublime. Nelle nostre mani è racchiuso un potere tremendo. Potremmo anche uccidere, se volessimo. Il racconto è un’arma potentissima. E il palcoscenico amplifica la sua gittata, in modo esponenziale. Il potere delle parole, in fondo, è quasi illimitato. La mimica fa il resto. Un bravo attore influenza il mondo. E questo è quello che fanno tutti.
In realtà, ci sono due tipologie di attore: il bravo ragazzo e il fellone. Io appartengo al secondo raggruppamento. Ma andiamo avanti. Il bravo ragazzo è l’attore che ama i ruoli positivi, da bravo ragazzo appunto. Questa tipologia è quella che ha dato vita ai grandi Prospero del passato, ai grandi Otello, Antonio. Intendiamoci, non sono ruoli del tutto positivi; questo per almeno due buone ragioni: primo, non esistono personaggi interamente buoni, proprio perchè non esistono persone interamente buone o interamente cattive; secondo, e questo è conseguenza diretta del primo punto, non sarebbe una sfida, per un attore, il dare vita a un personaggio che è l’incarnazione stessa di una di queste due verità assolute, del male o del bene; verità che solo l’uomo conosce, non perchè abbia una maggiore conoscenza, ma perchè tali verità sono in realtà mere costruzioni umane. Siamo noi che definiamo ciò che è giusto e ciò che è sbagliato: i gatti se ne fregano. È proprio tale capacità di definizione, che alcuni chiamano libero arbitrio, che permette all’attore di dare una più o meno convincente interpretazione di un personaggio. Questo è un punto che dovrà essere chiarito, ma, per il momento, mettiamolo da parte, accantoniamolo, dimentichiamolo: lo richiameremo alla memoria al momento opportuno.
Dicevo che ci sono due tipologie di attore. La prima è già stata presa in esame. È sulla seconda, quella del fellone, che ci soffermeremo adesso, forse un po’ di più. E diremo che essa è la categoria degli attori che si divertono (io parlo sempre di divertimento, signori); che si divertono a interpretare gli antagonisti. E dirò che c’è qualcosa di magico nell’interpretare Iago, nel dare forma alla sua doppiezza, alla sua... gelosia, sì, è questo il termine che stavo cercando. Gelosia che usa per distruggere la vita degli altri, rendendoli gelosi come lui. Una volta Iago non era così. Una volta, prima delle vicende narrate nella tragedia, era un uomo buono, uno con cui era piacevole conversare, un uomo di spirito. La grandezza di personaggi come Iago risiede nel fatto che sono stati distrutti da un sentimento più grande di loro; un sentimento che non riescono a controllare, come scrisse Andy Serkis su Iago, in inglese, da qualche parte. O Shylock. Tale personaggio è ebreo; fa parte di una minoranza e, pertanto, è maltrattato dai veneziani; Antonio, il buono della situazione, gli sputa sulla toga, perchè non ammette l’esistenza degli strozzini, quando, in realtà, è Venezia stessa a tollerarne l’esistenza. Ma Shylock, quando Antonio va da lui a chiedergli tremila ducati per conto di Bassanio (ma non c’è bisogno che io vi racconti la storia), non esige alcun tipo di pagamento pecuniario: solo se la somma non sarà restituita nei tempi pattuiti (tre mesi dalla firma del contratto), Shylock potrà esigere una libbra della carne di Antonio; an equal pound of your fair flesh, to be cut off and taken in what part of your body pleaseth me. Alcuni vedono sadismo, in questa affermazione. Io no. No, perchè Shylock non può sapere che Antonio andrà in rovina, come non può sapere che lui stesso perderà tutto. A quel punto sì, vorrà vendicarsi, esigendo una libbra del cuore di Antonio. Ma solo a quel punto.
Ma torniamo al nostro montone, come dicono i francesi (però non ditelo a casa; in francese viene meglio). Torniamo cioè a parlare del libero arbitrio (sintagma che piace tanto). Che cos’è il bene? Non possiamo neanche dire: ‘Ah, facile. Il bene è il contrario del male!’. A questo punto, la domanda legittima sarebbe: ‘E che cos’è il male, di grazia?’. E ci troveremmo al punto di partenza. Il fatto è che tali concetti sono legati tra di loro da legami talmente solidi che è difficile distinguerli con chiarezza. Si può dire, però, che sono relativi. A seconda della mia personalità, io posso considerare una certa azione giusta o sbagliata. Non sto dicendo che Iago consideri giusto rovinare la reputazione di Cassio o la psiche del suo generale. Dico solo che gli farebbe male il non farlo.
Bene, signori. Ho finito. Appena uscirò dalle quinte, ridiventerò un uomo normale: un uomo, per intenderci, che ogni mattina esce per comprare il pane e il giornale e per andare a lavoro. Un uomo con una famiglia: una bellissima moglie e due bellissime figlie. Ma, fino ad allora, resterò quello che ha iniziato questo discorso. Resterò un simbolo. Ricordate le mie parole: continuate, esigete sempre qualcosa di più. Siamo tutti attori sul palcoscenico del mondo. E autori. Siamo noi che costruiamo la nostra esistenza; senza di noi, protagonisti assoluti della bella commedia che è la vita, non si può andare avanti, il racconto cessa. Ricordate le mie parole: continuate a raccontare. Non smettete mai. Ne va della vostra vita. Continuate a raccontare. Buona notte, signori!

Il figlio del vento una volta era un uomo. Quando era un uomo, andava sempre a caccia e faceva ruzzolare una palla; ma poi diventò un uccello e così volava, non camminava più come faceva quand’era un uomo. Quando si trasformò in un uccello, volò in alto e andò a stare in un nido sulla montagna. Il nido sulla montagna era casa sua, e ogni giorno lui volava e poi, più tardi, tornava. In questo nido dormiva, e la mattina, appena sveglio lo lasciava pre andare in cerca di cibo. Lo cercava dappertutto e mangiava, mangiava, mangiava finché era sazio. Poi tornava nel suo nido sulla montagna per dormire. Ma quand’era uomo, se ne stava zitto e buono. Una volta, mentre faceva ruzzolare la sua palla, gridò a Natati:
- Nakati, guarda come corre!
E Nakati esclamò:
- O compagno, è proprio vero corre!
Lo chiamò compagno perché non sapeva il suo nome. Ma era stato proprio colui che è il vento a dire:
- Nakati, guarda come corre!
Però, siccome non sapeva come si chiamasse, Nakati andò a domandarlo a sua madre:
- Madre – disse – dimmi come si chiama quel nostro compagno laggiù. Lui mi chiama per nome, ma io non so il suo, e vorrei saperlo, quando gli rimando la palla.
- No, per ora non ti dirò come si chiama, te lo dirò e ti permetterò di dirlo soltanto quando tuo padre avrà fatto un riparo solido alla nostra capanna. E allora, quando ti dico il suo nome, appena l’ ho pronunciato devi subito scappare e correre a casa, così potrai rifugiarti dietro il riparo della capanna.
Natati andò ancora a giocare col suo compagno e a far ruzzolare la palla. Quando smisero, Nakati tornò ad interrogare la madre, e lei esclamò:
- Lui è erriten-kuan-kuan, è gau-gaubu-ti!
Il giorno dopo Nakati andò d nuovo a giocare a palla col suo amico. Però non pronunciò il nome del compagno di gioco, perché la madre l’aveva avvertito di stare zitto su quel argomento, anche quando l’altro lo chiamava per nome. Gli aveva detto:
- Quando arriverà il momento che potrai chiamarlo per nome, devi scappare subito a casa.
E Nakati andò ancora a giocare a palla con l’amico, continuando a sparare che un giorno suo padre avrebbe finito di fare il riparo per la capanna. Finalmente vide che il padre si era seduto, che aveva finito. Allora, quando vide questo, gridò:
- Guarda come corre, o erriten-kuan-kuan! Guarda come corre, o gau-gaubu-ti!
Lo disse, ed immediatamente scappò via corse a casa. Subito il suo compagno cominciò a pencolare, e poi cadde. Disteso là per terra, sferrava calci terribili sul vlei. E mentre lui scalciava, le capanne volavano via, i cespugli sparivano, e la gente non riusciva a vedere per la gran polvere. Così soffiava il vento. Quando la madre del vento uscì dalla sua capanna per prenderlo e rimetterlo in piedi, lui si divincolò perché voleva restare per terra. Però la madre lo agguantò stretto e lo rimise in piedi. E così, per via di tutto questo, noi che siamo i Boscimani diciamo:
- A quanto pare il vento sta per terra, perché soffia forte. Quando il vento sta in piedi, allora sta zitto e buono. Lui fa così. Il rumore che si sente lo fa con le ginocchia; ecco che cos’è che fa quel rumore. Avevo desiderato che soffiasse gentilmente per noi, cos’ potevamo uscire, e salire su quel posto laggiù, e guardare il letto di quel fiume laggiù, che sta dietro la collina. Perché abbiamo stanato le gazzelle da quel posto. Sono andate al letto prosciugato di quel fiume laggiù, che sta dietro la collina.
Quattro passi nel passato…
Ad est di Orione si alza il mio canto,
i rimpianti nel vento mi vengono a cercare,
orme dimenticate nel mio ventre,
per chi mi ha posseduta con selvaggia crudeltà.
Uomo del passato, vecchio mio,
dove cercheremo i nostri giorni arruffati,
a chi racconterai del tuo dolore?
Sul mio seno stendi il velo dei tuoi pensieri stanchi,
come vecchie strade che portano alla memoria..
Miriam è così.
Ed esce sempre di casa al mattino presto;
ovviamente non prende l’ascensore, perché conta gli scalini.
Uno dopo l’altro, fino all’ultimo.
Dal settimo piano.
Prima di uscire dal portone, conta le cassette delle lettere, con quei nomi, a lei, così familiari.
Il sole non c’è stamattina.
Nascosto, sotto nuvole che hanno fretta.
Miriam cammina, come al solito, immersa nei suoi pensieri, cammina ben attenta, a non calpestare le fessure tra le pietre rettangolari, dai colori tenui, che compongono il selciato.
Grigio chiaro, marrone chiaro, grigio scuro, marrone scuro.
In un’alternanza studiata, da canoni architettonici ben definiti.
Ma a lei, tutto ciò, non interessa.
Continua a non calpestare gli intervalli scuri tra le pietre, pieni di polvere e cicche, continua a camminare, alternando passi brevi a passi lunghi, con un’andatura forzata, in una ricerca maniacale della perfezione, ma di una perfezione anomala, solo sua.
Attraversa l’incrocio, il semaforo è verde, le strisce bianche pedonali, si alternano col terreno scuro, che lei non vuole calpestare, ed il ritmo della sua camminata diventa più frenetico, ansimante..
Miriam conta tutto, le targhe delle macchine, i mattoni a vista di un palazzo, le lettere cubitali di una pubblicità sul muro, i secondi di attesa per un caffè.
FlashBack
Un disegno colorato.
Quattro lettere in un libro.
Ed una musica multicolore;
Miriam, da sola tra la gente.
E lei non è più qua;
Miriam è partita, tra un fremito freddo di foglie ingiallite, ed il flebile soffio di un vento d’inverno.
Miriam è così.
Ma non conta più le mattonelle, e nemmeno le fessure sul marciapiede.
Lei è un disegno tra la gente, come un suono ripartito, tra un tasto bianco ed uno nero, di un pianoforte biancolatte,
il suono di una tromba, il battito di un cuore accellerato, sui binari, di un treno ritrovato.
Il suono di un sax, da un locale fuori porta.
Miriam e i pesci rossi, vinti alla fiera di paese.
Miriam ha chiuso la porta.
Forse per colpa nostra.
Forse per colpa mia.
Chissà...
Francesco ha paura. Non mi era mai capitato di vederlo così. Ci conosciamo fin da piccoli, e dopo un lungo periodo di lontananza, qualche mese fa ci siamo ritrovati. E la cosa bella è stata che nonostante tutti questi anni, abbiamo ricominciato come se nulla fosse accaduto. Certo, un po' di pancetta in più, qualche capello in meno, le tempie brizzolate. Ma il resto sembra quasi uguale. Una famiglia io, una famiglia lui. E' sempre stato semplice, è sempre stato la mia spalla, anzi, io ho sempre considerato lui come la mia spalla. Ed è per questo motivo che ci separammo. Perchè io, decidevo, perchè io volevo, perchè io comandavo. Perchè io credevo che lui non potesse fare a meno di me. Invece non era così. Francesco ha paura, perchè a quasi 40 anni si ritrova tra capo e collo una storia molto più grande di lui. Francesco ha paura, per la prima volta in vita sua si ritrova ad amare rinunciando. Anzi, non è la prima volta che gli capita. Ma l'altra volta, quella storia durata una vita, in quella storia c'era l'alibi della lontananza. C'era l'alibi del punto interrogativo, di una storia mai cominciata e rimasta a metà. Era una storia di sentimenti ed emozioni rimaste soltanto sulla carta, nella mente, nei sogni. C'erano un sacco di alibi. Ora è diverso; gli alibi non ci sono, perchè lei è vicina, perchè lei non è un sogno, perchè lei non è un disegno bianco da colorare con colori inventati, perchè lei non è un'immagine piena di dubbi e di speranze. E per la prima volta, quell'immagine antica, diventa lontana, sbiadita. E non c'era riuscita nemmeno sua moglie a decolorarla. Quell'immagine è diventata un ricordo, finalmente, un vero ricordo. Di quelli che si mettono nei casseti, e per i quali sorridere nel ricordarli. Sorridere, senza rimpianti. Ma ora, lui, ancora una volta, non può amare come vorrebbe. La vita è strana. Ti da e ti toglie. Ti da quando non dovrebbe. E ti butta in mezzo a onde più alte di te. Paradossalmente è proprio questa la vita.
DOLCENERA
(Liberamente ispirata alla canzone di De André)
Anselmo girò la chiave nella toppa ed entrò in casa. Il suo cappotto, fradicio, mandava un insopportabile odore di umido. ‘Ah, cara!’, disse lui, mentre prendeva una gruccia dall’armadio e appendeva ad asciugare il cappotto bagnato. ‘Fuori piove che Dio la manda!’. Andò in cucina, prese dalla credenza la bottiglia di brandy semivuota e se ne versò un bicchiere. Poi raggiunse la moglie in salotto, il bicchiere in mano. Rivolse lo sguardo al grande tavolo in mogano al centro della sala. Un rumore di vetri infranti indicò alle sue orecchie che aveva lasciato la presa. Non sentì i rimproveri della moglie. Non sentiva più nulla. ‘Come sono maleducata!’, disse la moglie di Anselmo con voce neutra, dopo aver pulito il disastro provocato dal marito. ‘Non ho neanche fatto le presentazioni! Beh, Anselmo, questa signorina’, disse poi, mostrando col braccio la ragazza, ‘è Luisa Luna.’. Oh, sapeva benissimo chi era la “signorina” in questione. Quel nome, però, era per lui privo di qualsiasi significato. Lei non gliel’aveva mai rivelato. Perché era lì, a casa sua? La loro relazione clandestina, la loro personale liaison dangereuse, era finita ormai da tempo. ‘Ma d’altronde…’ disse la signora, triste. ‘D’altronde, non ce n’è bisogno, vero?’. ‘Cara, sono… frastornato, da tutto questo!’. ‘Hai sentito, Luisa?’. ‘Frastornato, eh?’, disse poi, rivolta al marito. ‘Tu non sai la parte migliore.’, sussurrò. Le parole successive strapparono l’aria circostante. ‘Ha un figlio, capisci?' La signora piegò la testa e sussurrò con un filo di voce: ‘Andrà a scuola il prossimo anno.’
In un attimo si ritrovò in strada, col suo cappotto ancora umido e due bagagli a mano, pieni della sua roba. Dolcenera, la chiamava, in virtù dei suoi capelli di seta. L’aveva conosciuta durante un viaggio di lavoro. Da allora, circa sei o sette anni prima, Anselmo e la sua dea dell’amore si erano visti molte volte. Ma all’epoca era giovane e stupido. E Dolcenera! Come lo faceva bene. Le loro serate, a ben pensarci, erano semplici: cenetta, film e letto. E poi, improvvisamente, dopo circa due anni di relazione, lui sparì, non si fece più sentire, se ne andò. Non ne aveva più voglia. Quel giorno, uscito dal lavoro, era andato a casa, si era tolto il cappotto e aveva baciato sua moglie per la prima volta. Un bacio appassionato. Fuori pioveva.
La porta del suo ex-appartamento si aprì. Ne uscì la donna responsabile di tutto, in un cappotto bianco. In testa portava un cappello rosso carminio. ‘Perché, Dolcenera?’, si sorprese a domandare. Lei si girò, lentamente. ‘Perché?’, disse, incredula. ‘Indovina!’. ‘Ma… Luisa…’, tentò di giustificarsi lui. ‘No, non insudiciare il mio nome!’, disse lei con astio. Si girò per andarsene. Fatto qualche passo, si volse verso di lui. ‘Tu mi hai lasciato incinta. Non meriti la felicità.’. Lui la guardò allontanarsi. Tirò fuori la bottiglia di brandy e la finì in un colpo. Sentì distintamente il liquido bruciargli in gola. Rimase seduto sul bordo del marciapiede, tutta la notte. A pensare. La luce della luna illuminava la distorta figura dell’uomo chiamato Anselmo Neri.
MORITURUS TE SALUTAT
Non ho mai avuto una ragazza. Il fatto è che sono sempre stato un po’ timido con l’altro sesso. Forse era il fatto stesso di mettermi in gioco a spaventarmi. Forse proprio per questo sono andato a fare, o meglio a subire, l’addestramento militare. Mi ricordo che, all’università, una volta, mi sono innamorato. Non le ho mai parlato: l’ho solo sentita chiaccherare con una sua amica. Io lì, all’angolo della strada; la voce flautata, un po’ più in là. Rideva.
Ad un tratto si mossero, mi incrociarono e uscirono per sempre dalla mia vita. Sentii distintamente il fresco profumo dei suoi capelli, quando mi passò vicino. Pesca. Me ne ricorderò finché campo. Intanto i giorni passavano e io, che continuavo a sostenere esami, continuavo a rifiutarne i voti. Fino a che, un giorno, ho avuto voglia di cambiar vita. Allora, non so in virtù di quale spirito patriottico, mi sono arruolato nell’esercito.
La vita in caserma era durissima. La spersonalizzazione del soldato regnava sovrana. Mi ricordava Full Metal Jacket. QUESTO È IL MIO FUCILE. CE NE SONO TANTI COME LUI, MA QUESTO È IL MIO.
Il sergente istruttore ci scolpiva, ci faceva diventare assassini esperti. Era pagato per questo. ‘Soldati, lavorerete per la patria. Combatterete, ucciderete, sterminerete!’. Alla fine dell’addestramento mi ricordo che disse a tutti noi una cosa che non scorderò mai così facilmente: ‘Bene, ragazzi. Io vi ho insegnato tutto quello che so. Ora cercate di metterlo in pratica per ritornare, vivi, a casa!’. Quel semplice inciso mi fece capire come anche quell’uomo, che aveva fatto della guerra il suo mestiere, ne percepisse la profonda assurdità. Ma non compresi, purtroppo, la pesante verità del messaggio.
Partii per il fronte, non credo vi interessi sapere quale, tanto sono tutti uguali. Come me, miriadi di soldati, ragazzi appena adolescenti. Di giorno si marciava, e di notte lo si faceva al buio. Molti morivano per gli stenti e la stanchezza. Non li reputavo fortunati. Mi sbagliavo. Leggevo, per non pensare, opere di poesia. O, meglio, pensavo solo ed esclusivamente al loro significato, per illudermi di non essere in guerra. Mi piaceva la sensazione di non afferrarne appieno il senso, se non altro perché mi obbligava a riflettere sulla poesia e non sulla vita. Così mentivo a me stesso, dicendomi che esistono loci amoeni e cose simili, più per tirarmi su il morale che per vera convinzione.
E poi, un giorno, un bel giorno di primavera, vidi un soldato nemico darmi le spalle. Per un lunghissimo momento lo squadrai, pronto a sparargli. Non lo feci. Con che diritto l’avrei fatto? Certo, non sarei mai stato processato, eravamo in guerra e lì, come in amore, tutto è lecito. Ma come sarei sfuggito al severo tribunale della mia coscienza? In fondo eravamo uguali, io e lui. Stesso zaino sulle spalle, stesso elmetto, stessa divisa. Cambiava solo il colore. E poi, avevamo perfino gli stessi occhi verdi…
Risi, quando me ne accorsi. Non avevo neanche sentito il rumore dello sparo. Una sensazione di calore mi prese. E poi parlano di morte gelida… Adesso sto per morire, mentre affido al vento questi miei ultimi pensieri. Miriadi di papaveri rossi. Avrei preferito morire in inverno. Addio, mamma.
VENERE E AFRODITE
LA POESIA
Lo scultore si fermò, soddisfatto. Era riuscito a creare una statua a cui mancava solo la parola. Bella, alta, nuda, essa era la raffigurazione, il simbolo, della sua poesia. ‘Tu sei poesia pura, mia cara!’, disse, ammirando il suo lavoro. Tutto era perfetto: i capelli, sciolti, cadevano ordinatamente sulle spalle; ma anche i bellissimi occhi, la bocca vellutata, il seno prosperoso, le braccia rilassate accanto al busto, tutto era particolarmente bello e poetico. L’uomo girò intorno alla sua creazione. ‘Venere callipigia’, pensò. Soddisfatto della schiena stupenda lo scultore si preparò la cena, frugale, da buon bohèmien, e si preparò per la notte. Si lavò i denti, pensando che nulla avrebbe potuto rovinargli quella splendida serata. Aprì la finestra: la luna, piena, brillava alta e bianca nel cielo limpido e blu. Le stelle, miriadi di lucciole celesti, sembravano voler in qualche modo sottolineare lo splendore della Regina della notte. Le figlie della Pallidovolto. Chi l’aveva chiamata così? Non se lo ricordava. Respirando a pieni polmoni l’aria pura della notte, rientrò in casa. Decise di collocare la statua davanti alla finestra aperta, non sapeva perché, forse voleva far respirare il proprio capolavoro. Alla fine, felice, andò a letto. Un sottile raggio di luce lunare, gentile e morbido, accarezzava dolcemente la superficie marmorea della più bella donna del mondo.
Dormì bene, per la prima volta da mesi, da quando aveva avuto quel lampo di genio. Era quasi capitato per caso. Un giorno un suo amico (‘Ah, caro, carissimo amico mio!’) gli aveva chiesto cosa ne pensasse della poesia. I suoi occhi si erano subito illuminati e, istantaneamente, aveva messo mano a un blocco di marmo grezzo, che si trovava lì a prender polvere ormai da un anno. Il blocco sembrava fatto apposta per lei, la poesia più alta e nobile. Fu così che disse all’amico: ‘Vedrai, vedrai! Ma ora lasciami solo!’.
Si svegliò di soprassalto. Era ancora notte: la luna, capitano d’alto bordo, navigava silenziosa e serena in quel mare che noi, antonomasticamente, denominiamo la Galassia. All’improvviso fu preso da un fortissimo desiderio di andare ad accarezzare le perfette natiche della Poesia (pensava di chiamarla così). Obbedendo a quell’impulso, si alzò dal letto, si infilò le pantofole, andò in soggiorno, accese la luce e… Impossibile, la statua era sparita. Non c’era più. O, meglio, rimaneva solamente il piedistallo cilindrico su cui andava ancora inciso il titolo dell’opera. Sembrava quasi che… Ma no, stava solo sognando a occhi aperti. Rise di se stesso. Per un attimo aveva pensato che la statua potesse essersi animata e che, scendendo dal piedistallo, fosse andata fuori ad ammirare la notte stellata. Gli sembrava pure di vederla, là, appoggiata sulla…
Ed effettivamente c’era qualcuno appoggiato alla balaustra. La Pallidovolto illuminava una ragazza, completamente nuda nell’aria notturna: occhi socchiusi, capelli biondi, pelle rosea e fresca, il bellissimo corpo teso nel tentativo di raccogliere più luce possibile. La cosa inquietante era che sembrava proprio la sua statua. Incredulo, andò a sincerarsene. Allungò una mano a tastare il seno sinistro, per ricevere in risposta un sonoro schiaffo sulla guancia destra. ‘Non mi sono mai piaciuti i tuoi commenti sulla mia persona, e trovo i tuoi modi alquanto morbosi! Ah, perché mi hai fatto nuda?’, disse la donna-statua. ‘Scusami, vado a prenderti subito dei vestiti.’. ‘Vestiti? Cosa sono?’. Per un attimo restò interdetto. Però, a ben pensarci, non c’era nessun motivo per cui dovesse sapere cosa fossero. Dopotutto, era nata ventenne. ‘Sono delle cose con cui ci si copre. Sai, per non avere freddo.’. Un tremolio improvviso percorse il corpo della sua magica interlocutrice, che si sfregò istintivamente le spalle. ‘Il freddo è questa sensazione, vero?’. Si accorse che lei aveva la pelle d’oca. ‘Vieni dentro. Ti preparo qualcosa di caldo.’. Lei lo guardò incuriosita. Molto imbarazzato, disse: ‘Il caldo è l’opposto del freddo.’. La fece sedere sul divano, mentre andava a prenderle i vestiti. Glieli portò. Quando lei gli disse che doveva aiutarla perché non sapeva metterseli, diventò più rosso del sole al tramonto. Sospirando, la aiutò. Alla fine fece qualche passo indietro e la squadrò. Era bellissima, anche in pantaloni e maglietta. Sembrava brillare, sotto i vestiti.
Improvvisamente, vi fu un fischio acutissimo. La Poesia, non riusciva a smettere di chiamarla così, portò istintivamente le mani a coprirsi le orecchie. ‘Cos’è questo suono?’, gridò, spaventata. ‘Non ti preoccupare.’, la rassicurò lui. ‘È soltanto il the che è pronto. ‘The?’, disse lei ridendo, alquanto stupita da quella nuova buffa parola. ‘Il the è una bevanda, e pertanto si beve.’, spiegò lui. ‘Attenta, è molto caldo!’. ‘E questo è male?’, domandò lei, incerta. ‘Il caldo e il freddo in se stessi non sono dannosi. Sono gli eccessi di queste due realtà che fanno male.’, spiegò l’interrogato. Lei, allora, con tutte le attenzioni prese la tazza che lui le porgeva, piena di quel liquido scuro di cui avevano appena parlato, se la portò alle labbra e ne bevve un sorso. Un sorriso di piacere illuminò il bellissimo viso. Era caldo, sì, ma ciò, lungi dal disturbarla, le dava una sensazione di protezione. ‘Buono!’, disse alla fine, soddisfatta.
Passarono i giorni; la luna compiva la sua orbita intorno alla Terra, salutando ogni notte il mondo ammantato di blu. Gli occhi della Poesia erano sempre molto tristi di giorno, mentre di notte sembravano ridere; lui non capiva il perché. Per far sì che non si annoiasse, di giorno, mentre lui andava per gallerie d’arte tentando, in realtà con ben scarsi risultati, di vendere le proprie opere, le aveva fatto visitare la biblioteca paterna, un’enorme stanza, la più grande della casa, piena di opere sulla pedagogia infantile e altra roba simile, cose che a lui non interessavano minimamente. Ma, forse, lei le avrebbe trovate stimolanti. Fu così che lei iniziò a leggere. E quello che leggeva di giorno, di notte lo raccontava a lui, gli occhi lucidi di gioia. Lui, dal canto suo, che da bambino aveva odiato quei libri dove non c’era neanche una figura, a sentirli raccontare da lei, si estasiava. E fu così che, poco per volta, piano piano, pagina per pagina, a sentire ogni notte l’inflessione melodiosa di quella voce, a vedere tutte le sere questa bellissima ragazza che si ravviava i capelli dorati e profumati di pesca, se ne innamorò. Follemente, oserei dire. Ma, purtroppo, lei non sapeva nulla dell’amore, e lui non sapeva come dirglielo, come farle capire che il più bel sentimento del mondo, l’amore rosso, era la cosa più straordinaria che un essere umano potesse provare.
Un giorno lei gli disse: ‘Voglio vedere il mare!’. Lui le rispose semplicemente: ‘Vestiti, dobbiamo partire subito!’, prendendo da un cappotto nero le chiavi dell’auto. Quando furono nell’abitacolo, lui le cinse il corpo con la cintura di sicurezza, si mise al volante, si allacciò la sua e partirono. ‘Quando arriveremo?’, cercò di informarsi lei, impaziente come i bambini. ‘La luna sarà alta, allora.’, disse lui, facendola sorridere. Aveva capito ormai da tempo che la sua compagna era una creatura notturna e, pertanto, sapeva di averle fatto piacere, dicendo quello che aveva detto. ‘Ma cosa farò tutto il giorno?’. ‘Puoi dormire.’, fu la risposta. Lei si reclinò il sedile, come lui le aveva insegnato, constatò che effettivamente era vero che si stava più comodi e si addormentò, poco a poco, cullata dal semplice entusiasmo per il proseguimento di un viaggio alla scoperta di acqua curiosamente salata.
Arrivarono a notte fonda, come lui aveva predetto, scesero sulla spiaggia e si accasciarono a terra, l’uno accanto all’altra, ad ammirare la luna piena. ‘ Com’ è bella la mia Signora!’, disse lei. Lui non rispose subito. Guardando la luna, nella quale poteva vedere il riflesso degli stupendi occhi blu, disse, quasi in un soffio: ‘Mi sono innamorato di te!’. Gli sembrò di vedere un’ombra di dolore attraversarle il viso, ma forse erano solo le nuvole nere che avevano repentinamente coperto la Pallidovolto che gli davano questa impressione. ‘Cosa c’è?’, domandò. ‘L’amore è bene.’. ‘Sì, è vero!’, concesse lei. ‘Ma a volte fa veramente male. Sono addolorata. Io non ti amo!’. Quelle semplici parole! Quale forza poetica possedevano! Raccogliendo a piene mani i frammenti del suo cuore strappato, disse, sforzandosi di sorridere: ‘Beh, forse è meglio così. Non sarei stato degno di cotanta amante.’. Lei gli sorrise in risposta. Poi iniziò a togliersi i vestiti. ‘Cosa fai?’, domandò lui, più a se stesso che alla donna. Lei non rispose. Quando fu interamente nuda, lo baciò teneramente su un angolo della bocca. Lui, sempre più stupito, sbirciò il satellite, e vide che le nuvole si erano diradate, e che la Regina della Notte illuminava un punto in mare aperto. La donna si alzò in piedi, avanzò di qualche passo verso il mare e iniziò, straordinariamente, a camminare sull’acqua. Arrivata a pochi passi dal punto illuminato si girò, per un ultimo saluto, poi, avanzando nel cono di luce, sparì, scivolando in acqua.
Arrivò il gran giorno. Il suo amico era finalmente tornato dalla villeggiatura e, per prima cosa, era andato a vedere la statua, ormai finita. Fu accolto da un uomo tristemente malinconico, molto diverso dal suo gioviale amico d’infanzia. Con un sorriso amaro, fu condotto in soggiorno, dove troneggiava un semplice piedistallo di forma cilindrica. ‘E questo cos’è?’, domandò. In risposta, lo scultore prese scalpello e martello e incise sul marmo, in lettere cubitali, le parole ‘TI HO PERSA. DOVE SEI?’. Poi licenziò l’amico, coprì con un telo il piedistallo e uscì a schiarirsi le idee. La pioggia, che gli bagnava il cappotto grigio, scendeva amara su un mondo dello stesso colore. Poesia, dove sei?
Lunedì 22 Ottobre, mattina. Ho deciso di tenere un diario. Voglio vivere fino in fondo questo periodo. Ma devo spendere almeno qualche parola sul motivo. Devo, se non altro per mettermi a posto la coscienza (perché scrivere, cara Lucy, libera). Sai, cara, dopo il processo ho chiesto (e ottenuto: ah, l’America) di essere messo in isolamento. Sono contento così: sono sempre stato un uomo solitario, un pensatore. Almeno, qui, avrò il tempo (e lo spazio necessario) per pensare, appunto. Pensare alla vita, amore. Pensare a te e ai bambini, a come dovete sentirvi soli. Non dovete, mi sto accorgendo (o mi sono accorto, credo che non cambi) che non sono degno di essere aspettato. Ma sta arrivando la colazione, cara, ti scriverò appena posso.
Stesso giorno, sera. Ho appena avuto una interessantissima discussione con il secondino. Indovina, cara. Abbiamo parlato di Shakespeare. Appena ha saputo della mia laurea, ha subito parlato di letteratura inglese. È vero, scusami cara, abbiamo anche parlato di Donne e Chaucer, e non solo del Bardo. È stata proprio una serata stimolante. Buona notte, cara.
Martedì 23 Ottobre, tardo pomeriggio. Ora d’aria. Sembra che il motto, qui in carcere, sia: “Al secondino non far sapere quant’è buona la torta con le mele”; non si parla d’altro se non d’evasioni. Non hanno ancora capito nulla, della vita. Non si può evadere dalla propria coscienza (anche se qualcuno sembra riuscirci molto bene). (Poche righe, ma spero che ti bastino, amore).
Mercoledì 24 Ottobre, sera. Durante la giornata di oggi, niente degno di essere annotato (o, meglio, letto). Mi è venuto a trovare il simpatico secondino di cui ti ho parlato (in realtà mi ha portato la cena). Su mia richiesta, si è fermato a parlare. Ho scoperto che ha appena 36 anni (ma capelli sorprendentemente già brizzolati), una moglie di 34 e una bambina piccola. Deve sentirsi terribilmente in colpa. Ogni giorno bagna una spugna, ogni giorno uccide. E poi ci chiamano società civile.
Giovedì 25 Ottobre, tardo pomeriggio. Sempre ora d’aria. Il secondino, stamattina, mi ha stretto la mano, e mi ha detto di chiamarlo William. “Ah, come Shakespeare”, gli ho detto io. Lui mi ha sorriso. È la prima volta che vedo qualcuno sorridere, in questo posto tetro. Ah, l’aria mi fa proprio bene. Scusami cara, vado a godermi il vento.
Venerdì 26 Ottobre, dopo mezzogiorno. Almeno è una delle ultime volte in cui mangio quella sbobba schifosa. Proprio non mi piace il cibo, qui in carcere, ma credo che non piaccia a nessuno, semplicemente perché non hanno dimenticato il sapore della libertà.
Stesso giorno, sera. Durante l’ora d’aria, oggi, mi ha raggiunto William. “Sa, avrei voluto essere suo allievo.”, mi ha detto. Mi ha fatto molto piacere.
Sabato 27 Ottobre, ultimo giorno, sera. È molto bello constatare che il sistema carcerario funziona. In appena una settimana mi sono veramente pentito di ciò che ho fatto. So che questo non ti consola, cara, anzi, forse piangerai. Ma non devi essere triste. Come diceva De Andrè, amore, “Cadrà altra neve a consolare i campi, cadrà altra neve sui camposanti”: il che vuol dire, credo, che le cose brutte accadono e accadranno sempre, quindi non dartene pensiero. Guarda e passa (Ah, caro vecchio Dante). Ho dato disposizioni perché tu riceva questo diario martedì, in un pacchetto rosso. Voglio che sia William a portartelo. Lo leggerà anche lui, amore, spero non ti dispiaccia. Mentre ti scrivo, le note di Brel entrano trionfalmente nel mio cervello. Dopo sarà il turno del mio cantautore italiano preferito (sto parlando del Fabbro). William mi ha detto che è un’ingiustizia, che sono loro a meritare di sedersi lì, molto più di quanto lo meriti io. Loro non hanno ucciso, però. Un attimo, cara, non sto dicendo che morire così sia giusto. Dico che non posso giudicare. A proposito, stasera ho mangiato un gustosissimo branzino ai ferri. Buona notte, cara. Ti amo.
Dentro Albe Meccaniche
Fragile anima di ghiaccio
Il sentiero dei nidi di ragno
More Than Meets The Eye
Nostalgia N. 13
Stranamente me stessa
visitato *loading* volte